Ai primi del ‘900 Tommaso Valenti lamentava la devastazione di questa chiesa in un accorato articolo sul giornale locale, ripreso poi in una pubblicazione del 1922.1
Questo noto cultore delle patrie memorie si rammaricava che tali scempi fossero compiuti “in questi tempi di lodevole risveglio dell’amore per tutto ciò che interessa l’arte e la storia di ogni angolo più remoto d’Italia” e terminava il suo articolo con questo augurio: “Il passato c’insegni ad essere più gelosi custodi dei nostri tesori artistici, e impariamo tutti ad apprezzarli e ad ammirarli“. Purtroppo, come possiamo amaramente costatare dopo un secolo, questi suoi voti sono risultati pura illusione.
É datato 1585. Nell’ultima ricostruzione della chiesa fu posizionato sul braccio destro della croce, ma originariamente era in fondo all’abside della chiesa quattrocentesca, ove ora è il passaggio per la sagrestia. La volta di questo locale infatti conserva ancora la primitiva decorazione con cartigli inneggianti alla Trinità.
Si può ammirare un bel prospetto marmoreo con decorazioni policrome. Due porticine laterali, molto elaborate, fanno parte integrante della scenografia.
Un discorso particolare merita la grande tela, attualmente al restauro. In seguito ad una attenta analisi critica, un noto studioso ha ipotizzato una pittura sottostante di ben più alto livello e l’ipotesi fu confermata confermata dal saggio successivo.1
Nel 1997 la tela fu inviata al restauro edèritornatanel2002orrendamentemutilata.(vedi scheda)
Nella cappella in fondo alla pseudonavata destra, è situata questa bella statua in travertino dello scultore Cesare Aureli, copia di quella eseguita per le Logge di Raffaello in Vaticano. É l’ultima delle sue opere donate a Trevi dopo il busto di S. Francesco nel convento di S. Martino e il bozzetto Galileo e Milton ora nella Raccolta d’Arte di S. Francesco.Fu eseguita immediatamente dopo la prima guerra mondiale e l’Autore disse di aver messo nella mano destra, che tiene lo scettro, un ramoscello di olivo quale auspicio di pacificazione degli animi esacerbati dal conflitto e dagli eventi postbellici.Come dimostra la foto del bozzetto conservato nella casa parrocchiale, si pensò di porre la statua in cima al campanile, che all’epoca attendeva di essere terminato. Fortunatamente poi si optò per l’attuale sistemazione.L’epigrafe del piedistallo fu dettata dal pontefice Benedetto XV e anch’essa inneggia alla pace.
Al centro di via Roma, che unisce Piazza Garibaldi e Piazza Mazzini, prospetta la semplice facciata della chiesa di S. Giovanni.
Chiamata in origine S. Giovanni della Piazza (de platea), anticamente era di proprietà del Comune che la unì alla chiesa delle Lagrime, gestita dai Canonici Laternaensi i quali la cedettero nel 1570 alla confraternita della Misericordia. Questa antichissima confraternita gestiva dal 1375 l’annesso ospedale, che vi ebbe sede dal 1291 all’epoca napoleonica, quando fu trasferito nell’ex convento di S. Domenico ( i locali del vecchio ospedale, nel secolo scorso, furono trasformati in carceri).
«Sia la facciata che l’interno rivelano un intervento radicale ottocentesco, di tipo neoclassico, fino ad ora non documentato, a cui forse non fu estranea la presenza a Trevi del Valadier nel 1832» (Nessi).
Chiesa di S. Giovanni- Interno 57822-S.Gio2000 (foto 11/2000)
L’interno, ad unica navata coperta da una cupola, è molto arioso. Il presbiterio, diviso dall’aula da quattro gradini e arco trionfale, ospita un bell’altare coperto da baldacchino in pietra e ornato da una tela, con vaghe reminiscenze caravaggesche (Nessi), che rappresenta la decollazione di S. Giovanni.
Rimangono solo due altari laterali con due pregevoli statue lignee raffiguranti il Crocefisso e il Risorto.
Recentemente vi fanno bella mostra sei opere (gliEvangelisti, la Processione di S. Rita e l’Alba del giudizio universale del pittore locale, di origine tedesca, Bernhard Gillessen)
A quota 585 m, al confine tra gli oliveti e il bosco, si trova la chiesetta intitolata a S. Martino, simile a tante altre nella sua struttura, con il campaniletto a vela sulla facciata e il portale archivoltato.
La facciata asimmetrica denota un successivo ampliamento a sud
Viene officiata annualmente per la festa del Santo titolare.
S.Martino al limite del bosco
La facciata asimmetrica
Incuriosisce il gradino della porta d’ingresso, di forma semicircolare, palesemente ricavato da una macina da molino.
A questa quota infatti non ci sono mai stati molini, ma duecento metri dietro la chiesa c’è la cava abbandonata che ancora mostra due macine appena abbozzate.
La cava di macine abbandonata
Fino agli anni Cinquanta ornava questa chiesetta sperduta una magnifica tavola dipinta a tempera della metà del Duecento. Fu bloccata fortunosamente mentre stava per lasciare il paese.Comunque non sta più né a Manciano né a Trevi: fa bella mostra di sé, perfettamente restaurata, al museo diocesano di Spoleto.
Vi è raffigura la Madonna con Bambino e ai quattro angoli scene della passione di Cristo e della vita di S. Martino.
In posizione felicemente panoramica sebbene a quota modesta, è estremamente suggestiva per l’elegante architettura, per l’accurata tessitura muraria, per gli interessanti affreschi che contiene e, non ultimo, perché conserva un’antica pergamena con la data della consacrazione: 1195.
Restaurata nel 1928-29, necessita ormai di un ulteriore intervento di riparazione per la copertura.
Infiltrazioni di umidità dal catino absidale hanno compromesso il sottostante affresco del primo Cinquecento.
Interno
Bifora della facciata
Il motivo degli archetti della bifora si ritrova nelle absidi dell’antica
chiesa di S. Emiliano
La Madonna con Bambino è stata datata dal Nessi e attribuita ad un pittore finora conosciuto soltanto per gli affreschi in S.Chiara da Montefalco e pertanto chiamato Primo Maestro di S. Chiara.
L’edificio sovrasta la strada statale Flaminia che in seguito all’ampliamento del 1961 ha invaso parte del terreno ad esso pertinente. A causa della massiccia industrializzazione della zona, numerosi capannoni, compresi quelli delle serre ormai inutilizzati, praticamente soffocano l’edificio che fino all’ultimo quarto di secolo sembrava molto più imponente in quanto era l’unico esistente in una vasta area esclusivamente adibita a colture agricole. Il complesso si può considerare come formato da tre corpi, uno al centro, uno verso nord e l’altro verso sud, costruiti in epoche diverse e più volte rimaneggiati.
Il più antico è il piano terreno del corpo centrale in cui si ravvisa la facciata della chiesa romanica dedicata a S. Tommaso. E’ una bella costruzione in pietra lavorata, di classico stile romanico, risalente probabilmente al XII secolo. Come tutte le numerose chiesette di quell’epoca nella nostra zona, è rigorosamente orientata con la facciata verso ovest. E’ sormontato da una costruzione più moderna, probabilmente della seconda metà del XIX secolo, quando il complesso passò alla Congregazione di Carità e venne ristrutturato come casa colonica. Alla stessa epoca si può attribuire la costruzione o modifica del corpo sud (verso Parrano). La parte a monte verso nord è invece una costruzione molto antica, di poco posteriore alla chiesa, sicuramente era l’antico lebbrosario. La parte verso valle fu successivamente aggiunta e mostra la caratteristica scala esterna delle case rurali della zona.
La lapide recita così:
SISTE VIATOR AC DISCE NOVUM LOCI DECUS HIC UBI ANNO MDCCXXXIV MENSE MARTIO MORATUS EST CAROLUS III REX HISPANIARUM CUM AD UTRIUSQUE SICILIAE REGNI POSSESSIONEM CAPESSENDAM PROGREDERETUR PIUS VI PONT.MAX. CUM VINDOBONA ROMAM REDIRET PARUMPER CONSEDIT A.D. III IDUS IUN. ANNI MDCCLXXXII UT COLLEGII CANONICORUM ET DECURIONUM TREBIATIUM OBSEQUIA EXCIPERET PHILIPPUS VALENTIUS ABBAS ECCLESIAE S. THOMAE MONUMENTUM PONI IUSSIT.
che potrebbe tradursi:
Fermati viandante e riconosci la nuova magnificenza del luogo. Qui dove nel mese di marzo del 1734 dimorò Carlo III re di Spagna, mentre si recava a prendere possesso del regno delle Due Sicilie, Pio VI pontefice massimo, quando ritornava a Roma da Vienna, sostò brevemente l’11 giugno 1782, per accogliere l’omaggio dei collegio dei canonici e degli amministratori trevani. Filippo Valenti, abate della Chiesa di S. Tommaso, fece apporre la lapide.
A integrazione delle notizie riportate nell’epigrafe, Tiberio Natalucci annota nelle sue memorie che nel 1814 “il 21 maggio PioVII viene ricevuto nella chiesa di S. Tommaso di Trevi, e nell’annesso casino trattato, con la corte, di lauto rinfresco“.1
Trevi, Teatro Clitunno, La Famiglia Barret, 1946 Interpreti:Giustina Bonaca, Antonino Brizi. (per gentile concessione Antonino Brizi eredi)
Da
Memorie di un filodrammatico di A. Bartolini
:
Tanto i lavori nominati quanto quelli che vennero poi, vennero presentati in una cornice di scenari fuori dell’ordinario, da compagnia di professionisti, dato che glielo consentivano l’assistenza del prof. Virgilio Marchi e i mezzi a disposizione.
… Ancor pi?interessante fu lo sfondo scenico della commedia ?La famiglia Barrett? di Rodolfo Berry che fu presentata nella primavera del 1946, nella quale il protagonista Ugo Bonaca ci diede il meglio di s?stesso, e tutti gli altri dimostrarono di aver raggiunto un ottimo affiatamento, muovendosi a loro agio nei decorosi costumi dell’epoca.