Categoria: Dove siamo

  • Villa Fabbri o dei Boemi – Atrio inferiore

    Villa Fabbri – Atrio inferiore

    L’atrio del piano inferiore si affaccia sul giardino e la magnifica valle.

    La lapide fu in parte abrasa in tempi remoti1, probabilmente all’atto del passaggio della propriet?alla famiglia Venturini, il cui stemma tuttora la sovrasta. La parte inferiore, come si vede chiaramente anche dalla grafia, fu aggiunta in tempi più recenti, dopo l’acquisizione del Collegio Boemo e l’ampliamento con l’aggiunta della cappella e i due piani ad essa sovrastanti.

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    Y02

    Note

    1

    )

    Il Natalucci (

    Historia… di Trevi, 1745

    , c.92) dice che era già abrasa e lo stemma originale cancellato e cita soltanto le prime cinque righe.

  • Villa Fabbri o dei Boemi – Sala delle Quattro Sante

    Villa Fabbri – Sala delle quattro Sante

    La sala occupa l’angolo nordest del piano nobile, alla sinistra di chi entra nell’atrio

    Trevi, Italy, Villa Fabbri - Sala delle 4 Sante

    Al centro della volta è raffigurata al gloria dell quattro Sante

    Vlboe72p.JPG (14572 byte)

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    899

  • Villa Fabbri o dei Boemi – Sala degli Eremiti

    Villa Fabbri – Sala degli Eremiti

    La sala occupa la parte centrale del lato est della villa

    Nella volta sono raffigurate scene della vita di santi eremiti: S. Paolo, Sant’Antonio, S. Macario, S. Onofrio, S. Girolamo.

    Vlboe61.JPG

    Vista della volta

    Agli spigoli fanno da contorno a stemmi gentilizi di prelati, puttini e figure allegoriche: Fedeltà, Affabilità, Continenza, Verginità, Vigilanza, Carità, Povertà, Parsimonia e Ricchezza.

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  • Villa Fabbri o dei Boemi – Sala del profeta Daniele

    La sala alla destra dell’atrio ha la volta dipinta con episodi della vita del profeta Daniele

    Le vele degli spigoli raffigurano le allegorie della

    Pazienza, dell’Astinenza, della Perseveranza e della Religione

    Quest’ultima

    è stata recentemente danneggiata da infiltrazioni d’acqua.

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    012-119

  • Villa Fabbri o dei Boemi – Sala della Religione

    Villa Fabbri – Sala della Religione

    La sala occupa l’angolo sudovest del piano nobile, con vista sulla valle.

    Al centro della volta èraffigurata l’allegoria della Religione

    Trevi, Italy, Villa Fabbri o dei boemi - La Religione

    Foto: C.R.Petrini

    Trevi, Italy, Villa Fabbri - La Letteratura

    Intorno al quadro centrale sono raffigurate le allegorie della Letteratura, delle Nozze,della Caccia e dell’Arte Militare

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  • Villa Fabbri o dei Boemi – Atrio

    Villa Fabbri – Atrio

    Entrando nella villa dal lato nord, da Piazza Garibaldi, si accede direttamente al piano nobile, (primo piano verso valle). L’ingresso prende luce dalla vetrata sopra-porta ed altre due vetrate semicircolari.
    In origine l’atrio si apriva verso l’esterno con tre arcate, chiuse successivamente.

    Al centro della volta ?rappresentata la Gloria,con la scritta: INVIDIAM CALCO ET FORTVNAM SUPERO (schiaccio l’invidia e sono superiore alla sorte).

    Trevi, Italy, Villa Fabbri o dei Boemi - La Gloria
    Trevi, Italy, Villa Fabbri o dei Boemi - La Primavera
    Trevi, Italy - Villa Fabbri o dei Boemi -L'Estate
    Trevi, Italy, Villa Fabbri o dei Boemi - L'Autunno
    Trevi, Italy - Villa Fabbri o dei Boemi - L'Inverno

    Negli spicchi belle figure allegoriche delle quattro stagioni con i propri segni zodiacali racchiusi in tondi

    Nelle lunette si possono ammirare delicate figure di paesaggi e graziosi giochi di bambini.

    Il tutto ?di magnifico effetto

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  • Villa Fabbri

    Villa Fabbri a Trevi

    Pagina in elaborazione

    Pubblicato in “Diomede”, Rivista di cultura e politica dell’Umbria, n. 15, 2010, pag.121 Le foto riprodotte nella rivsta in toni di grigio, sono state sostituite con le originali a colori. Sono state aggiunte altre foto non pubblcate nell’articolo a stampa peresigenze tipograifche. Si ringrazia per l’ospitalita la redazione della rivista, che ora ha sospeso la pubbblicazione, e si formulano voti per una sollecita ripresa.

    Situata quasi a ridosso delle mura urbiche, sul lato sud di piazza Garibaldi, che è il sorprendente spazio pianeggiante quasi alla cima del colle, costituisce un felice raccordo tra il paesaggio urbano e la campagna circostante, con terrazze digradanti fino all’oliveto. Le sale con volte dipinte, ottimamente conservate, il parco con piante ornamentali ed esotiche e la posizione splendidamente panoramica con vista sulla valle sottostante fino a Spoleto, ne fanno uno dei luoghi più attraenti di Trevi.

    La costruzione, giacente su un terreno in pendio, è disposta su tre livelli: il piano nobile è alla quota del suolo verso nord, (Foto n. X -File: FacciataNord.jpg) mentre dall’altro lato la facciata è più imponente poiché è a vista anche il piano sottostante che verso nord è

    interrato. (Foto n. X -File: VistaSudEst.jpg)

    É indicata con nomi diversi, derivanti dalle famiglie che l’hanno posseduta attraverso quattro secoli. Edificata da Gerolamo Fabbri nei primi anni del Seicento, passò poi ai Venturini e quindi agli Onofri e Roncalli di Foligno, ai Carrara o Carrara- Rodiani di Terni, ai conti della Porta di Roma. Nel 1891 fu acquistata dal vescovo Mons. Hais per il Collegio Boemo e negli anni Trenta passò al Collegio Etiopico che la detenne fino agli anni Ottanta. Essendo quindi frequentata da insegnanti e studenti etiopi e pertanto di pelle scura, venne chiamata anche villa dei Moretti. Dal 2008 viene stranamente usata la denominazione “Villa Fabri”, senza la doppia. Non più utilizzata dal 1986, fu successivamente rilevata da un privato e nel 1999 è stata acquisita dal Comune di Trevi. Dopo vari interventi di restauro dell’edificio e del parco dovrebbe diventare la sede della Rete regionale “Ville, Parchi e Giardini”. Il piazzale inferiore, con magnifica vista sulla valle, viene attualmente utilizzato per spettacoli all’aperto, usando come fondale naturale la bella fontana-ninfeo. (Foto n. X- file: FacciataSud.jpg)

    2Nel 1594 Gerolamo Fabbri, di distinta famiglia originaria dall’omonimo castello e al culmine della sua carriera essendo capo notaro della Camera Apostolica pontificia, cominciò ad acquistare terreni per la costruzione della villa “per il piacere della sua vecchiaia, dei suoi discendenti e della comunità”, come recita una lapide recentemente riscoperta. L’impresa ebbe costi probabilmente superiori al previsto raggiungendo la ragguardevole cifra di quindicimila scudi, tanto che alla morte del Fabbri (1638) rimanevano ancora da estinguere pesanti debiti, saldati poi dai figli con la vendita della villa ai Venturini nel 1645. Nel 1603 l’opera era compiuta e sicuramente fu più ornata di quanto oggi possiamo osservare poiché il Natalucci, alla metà del settecento, ne lamentava il degrado, specialmente delle “muraglie” e delle fontane, ma comunque è stata sempre una dimora prestigiosa, tanto che nel 1713 vi fu ospitato il vescovo Lascaris, in occasione della visita pastorale. Nel 1597 il Fabbri aveva ottenuto dal comune la concessione dell’acqua, per gli usi domestici e per l’alimentazione delle cisterne e fontane , con derivazione dalla fonte pubblica della vicina piazza “del Lago” ove terminava l’acquedotto medievale, che fu per Trevi il principale rifornimento di acqua fino al 1926. Tale concessione era riservata alle comunità e a pochissime grandi famiglie.

    I vari passaggi di proprietà sopra menzionati non hanno apportato al complesso apprezzabili modifiche fino al 1891, quando fu acquisito dal Collegio Boemo che operò vari interventi. L’edificio originale, per rispondere alle nuove esigenze del collegio, fu affiancato da un altro corpo che lo unisce al muro di cinta prospiciente le mura medievali di Trevi. L’aggiunta, che pure non disturba molto la vista dell’insieme, ha alterato la perfetta simmetria dell’originale che, attorniato dal verde, aveva due gradinate esterne di raccordo con il piazzale inferiore. L’intervento ha interrotto malamente la scalinata del lato ovest, sacrificando l’estetica alla funzionalità, peraltro migliorata con la costruzione di varie stanze e di un’ampia scala interna in sussidio della elegante ma scomodissima scaletta a chiocciola che termina nel caratteristico abbaino. Anche il parco fu modificato. Sicuramente esisteva un viale fiancheggiato da varie statue, probabilmente non più in buono stato, i cui resti giacquero a lungo seminterrati vicino alla casa del custode e ora forse definitivamente scomparsi. Al piano inferiore della nuova costruzione aggiunta dai Boemi, al livello del piazzale sud la cappella merita particolare attenzione per la ricca e particolarissima decorazione, opera di pittori stranieri seguaci della scuola del Beuron. (Foto n. X – File: Cappella1.jpg oppure Cappella2.jpg)

    4Questo movimento, specificamente nato come espressione di arte sacra, dapprima ignorato anche in ambito ecclesiale, è oggi riconosciuto come precursore di movimenti artistici sorti tra Otto e Novecento. Fu fondato, nell’omonimo castello in Svevia sede di un antico monastero benedettino, dal monaco Don Desiderio, al secolo Peter Lenz, che a Roma aveva maturato l’idea di una nuova forma d’arte capace di esprimere con forza precisi contenuti cristiani. Seguaci di questo movimento operarono in molti Paesi europei e anche in America, mentre in Italia non si conoscono opere riconducibili alla scuola del Beuron, se non nella cripta dell’abbazia di Montecassino, dipinta nel 1913. Pertanto le opere della villa di Trevi si possono considerare come un’interessantissima ”isola artistica” assolutamente originale, Nella cappella si trova la firma del pittore “B.Čila, Praga, 1912” , fatto insolito per le regole della “scuola” (Foto n. X-File: Cappella3.jpg ) e sicuramente dello stesso autore era un tondo in una stanza al secondo piano, purtroppo perduto nei recenti restauri. Raffigurava una Madonna con Bambino, S. Giovanni Evangelista e S. Ruzenia Limanska ed era datato 1912. (Foto n. X- File: Madonna.jpg)

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    Le pitture esterne, ascrivibili alla stessa scuola, ma di due anni posteriori, sono di altra mano, forse del monaco benedettino Pantaleo Mayor . Sulla facciata nord, quella che si affaccia verso piazza Garibaldi, vi sono raffigurate vedute panoramiche di sei città della Boemia, ridotte ormai a disegni monocromi, ma negli spigoli in alto permangono labili tracce di colore azzurro che denotano una ben diversa impostazione cromatica originale. I nomi delle sei città, riportati nei cartigli sottostanti, sono: LITOMERICIVM (Litomérice) BRVNA (Brno), OLOMVCIVM (Olomouc), PRAGA, REGINA ERADECIVM (Hradec Králové) BOEMO BVDVICIVM (Ceské Budéjovice). Regina Eradecium era la sede della diocesi del vescovo Hais che acquistò la villa per donarla al Collegio Boemo, come si evince dalla lapide sopra la porta d’ingresso. La facciata sud mostra all’altezza dell’ultimo piano due fasce decorate. (Foto n. X- File. FacciataSudPart.jpg)

    6Le decorazioni pittoriche all’interno sorprendono per la loro conservazione. Purtroppo non se ne conosce l’autore. Lo storico locale Durastante Natalucci le giudica di “finissima mano, creduta da alcuni del Zuccari e del Baroccio, da altri del Salimbene”. Un’iscrizione, che il Natalucci ritiene coeva alla costruzione della villa, ma poi successivamente modificata con l’apposizione dello stemma dei Venturini e l’aggiunta di diverse righe, forse anche in sostituzione di quelle originali , attribuisce la decorazione all’epoca del primo proprietario ma alcuni particolari, quali i vari stemmi appartenenti a famiglie che si sono succedute nel possesso della villa, sono stati successivamente ridipinti come appare chiaramente nel salone ove alcune insegne non coprono completamente quelle raffigurate in origine. Anche la scena centrale del soffitto dell’atrio, che secondo alcuni autori rappresenta la Gloria, potrebbe essere stata sostituita al passaggio della proprietà ai Venturini, in quanto il motto sottostante “invidiam calco et fortunam supero” si adatta perfettamente allo stemma di questa famiglia nel quale campeggia un piede posato sopra un globo. Anche l’ingresso all’atrio dovrebbe essere stato modificato rispetto all’originale, forse completamente aperto sul piazzale, poiché i due archi laterali all’ingresso attuale sembrano tamponati successivamente alla costruzione primitiva. Nell’atrio, oltre alla scena citata, sono raffigurate le allegorie delle quattro stagioni con i relativi segni zodiacali, sorprendenti scenette di vari giochi di bambini e nelle lunette graziosi paesaggi di maniera. La sala a destra di chi entra illustra gli episodi biblici del profeta Daniele. Al centro: il Convito di Baldassarre (Foto n. X- file: Banchetto.jpg); ai lati: l’Impostura dei sacerdoti di Belo, il Dragone adorato dai Babilonesi, Daniele nella fossa dei leoni, i leoni che sbranano i suoi persecutori. In calce alla pittura centrale e in cartigli sopra i quadri laterali, sono riportati i versetti biblici a cui le scene si riferiscono. Nelle vele agli spigoli figure allegoriche che rappresentano la Religione, la Pazienza, l’Astinenza e la Perseveranza. Quest’ultima scena è stata recentemente danneggiata da infiltrazioni d’acqua.

    Nella stanza successiva, che si affaccia a sud verso la valle, sono raffigurate al centro la Religione (speculvm principvm) e ai lati la Letteratura, il Matrimonio, l’Arte Militare e la Caccia.(Foto n. X- File: Religione.JPG). Nei pennacchi agli spigoli, entro ovali, puttini che giocano con il mazzafrusto a tre teste e la stella. (Foto n. X- File: Religione2.JPG), elementi questi che figurano nello stemma dei Pallotti di Caldarola, famiglia d’origine della consorte di Girolamo Fabbri. È evidente pertanto che questa fosse la stanza dedicata alla signora. Nel salone centrale colpisce immediatamente l’immagine di un personaggio a figura intera che si affaccia da una porta dipinta.(Foto n. X- File: Ritratto.jpg) Alcuni vi hanno voluto vedere l’autoritratto del pittore, ma sembra più probabile che vi sia raffigurato il proprietario Girolamo Fabbri che si affaccia ad accogliere gli ospiti.

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    La decorazione del soffitto è ricchissima. Al centro della volta (Foto n. X file: Salone.jpg ) è raffigurato il giudizio di Salomone e ai lati il taglio dei capelli di Sansone, Susanna e i vecchioni, Giuseppe e la moglie di Putifarre e David che osserva Betsabea al bagno. Nelle vele sono dipinti quattro stemmi cardinalizi e gli stemmi delle famiglie che si sono succedute nella proprietà della villa. Negli stemmi dei cardinali è ripetuto tre volte lo stemma dei Barberini, attribuibile al card. Antonio (creato nel 1624 dal papa Urbano VIII suo fratello e morto nel 1646), il quarto è attribuibile al card Giovanni Evangelista Pallotti (cr. 1587 †1620), arcivescovo di Cosenza, zio di Camilla, moglie di Girolamo Fabbri. Le api degli stemmi dei Barberini sono chiaramente ridisegnate sopra ad altri stemmi preesistenti. In uno si intravede metà dello stemma dei Medici sottostante e l’altra metà illeggibile. Probabilmente vi erano ritratte le insegne di un cardinale creato da papa Medici. Più in basso degli stemmi dei cardinali si vedono blasoni più piccoli delle famiglie Venturini-Jacobilli, Carrara-Venturini, Carrara–Della Porta e Carrara–Rodiani, tutti logicamente posteriori alla decorazione originale. Ai lati di ogni coppia di stemmi sono dipinte le allegorie della Nobiltà e Prudenza, Pace e Amicizia, Concordia e Tranquillità, Magnificenza e Liberalità. La Magnificenza sostiene con la sinistra un pannello ove è disegnata la pianta di un edificio che può identificarsi con la rinascimentale villa di Poggioreale di Giuliano da Maiano, rilevata e pubblicata dal Serlio.

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    Nel soffitto della sala successiva vi sono raffigurati cinque santi eremiti con lunghe didascalie inneggianti alle loro opere e nei pennacchi quattro grandi stemmi cardinalizi, ciascuno tra due figure allegoriche. Al centro della volta è raffigurato Paolo eremita (Foto n. X – file: SPaolo.jpg ) e ai lati Girolamo, Onofrio Macario e Antonio. Tra le allegorie della Parsimonia e della Ricchezza è raffigurato lo stemma del card Francesco Mantica (creato 1596, †1614), tra la Carità e la Vigilanza lo stemma del card. Alfonso Visconti (cr. 1599, †1608) tra la Fedeltà e l’Affabilità lo stemma del card Erminio Valenti di Trevi (cr. 1604 †1618) e infine tra la Continenza e la Verginità lo stemma del card. Camillo Borghese (cr. 1596, eletto papa con il nome di Paolo V nel 1605). Considerate le date suddette il periodo in cui tutti i prelati in esame sono stati investiti contemporaneamente della dignità cardinalizia si colloca tra la nomina del Valenti (giugno 1604) e l’elezione al papato del Borghese (maggio 1605). Pertanto l’esecuzione delle pitture di questa sala dovrebbe collocarsi in tale arco di tempo, peraltro perfettamente in accordo con quanto rilevabile da altre fonti. Purtroppo la pittura di San Girolamo è stata molto danneggiata dall’umidità dovuta alla perdita di un bagno nel piano superiore, verificatasi presumibilmente dopo il 1950.

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    La sala successiva, contigua all’atrio, è dedicata alla santità tutta al femminile. Al centro della volta campeggia un grande ovale con le quattro sante in gloria, ai lati scene della vita di S. Maria Egiziaca, S. Sofronia Tarentina, S. Maria Maddalena e S. Dimpna (Foto n. X- File: 4Sante.JPG). Al bordo inferiore di ciascuna immagine, cartigli recano estese didascalie in caratteri capitali su quattro righe inneggianti alle gesta delle protagoniste. In corrispondenza degli spigoli sono raffigurate le allegorie dell’Obbedienza, della Povertà, della Castità e della Serenità (Contemptus mundi). Forse in origine questa sala fungeva da cappella.

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    Interessante è la decorazione del soffitto di un piccolo locale che prospetta a sud. (Foto n. X – File: Studio.jpg) Probabilmente in origine era uno studiolo, poi destinato ad uso diverso, ora ridotto a servizio igienico. Al centro della volta, in un ovale, il dipinto seicentesco ritrae S. Francesco che riceve le stimmate, mentre ai lati sono raffigurati San Venceslao, stemmi con aquila coronata e il leone di Boemia, opere indiscutibili dei pittori della cappella o delle pareti esterne. Certamente nel secondo decennio del Novecento i Boemi fecero restaurare le decorazioni antiche, sia deperite per l’ingiuria del tempo, sia danneggiate da vari interventi di consolidamento resisi necessari per i danni dei terremoti nel corso dei secoli. Nelle pareti esterne infatti sono visibili tre serie di tiranti o “catene”, apposte in epoche diverse, la cui posa in opera non può essere stata completamente innocua per le decorazioni interne. Comunque tali interventi, evidentemente ben eseguiti, ci permettono di apprezzare e godere perfettamente la decorazione della villa. Ora non manca che il restauro delle pitture esterne per il recupero totale di questo pregevole edificio.

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  • Affresco di Bovara – Foto 1

    Affresco di Bovara Foto 1

    Trevi, Bovara: Bartolomeo da Miranda, affresco

    Bovara di Trevi, Casa Zappelli – Bartolomeo da Miranda, Madonna con bambino e Santi.

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  • Affresco di Bovara

    Affresco di Bovara

    (Franco Spellani, Riscoperto un affresco del XV secolo a Bovara di Trevi, in Bollettino storico della città di Foligno, XX – XXI, Foligno 1999)

    Nella primavera del ’98, nel corso dei lavori per “mettere in sicurezza” un edificio danneggiato dal terremoto, è tornato alla luce un bell’affresco della metà del Quattrocento. La scoperta è avvenuta a Bovara di Trevi, in un locale a piano terra, utilizzato come ripostiglio, dove erano accatastati legnami da almeno mezzo secolo. La superficie dipinta occupa un’area di circa 4 m

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    e la scena all’interno del riquadro e della cornice misura cm 187 x 157. Vi è rappresentata una Madonna in trono in atto di offrire un pomo al Bambino in piedi, benedicente. Alla sua destra S. Giovanni Battista, vestito con un vello ricoperto da un manto rosso, indica con la destra il Salvatore e con l’altra mano regge un cartiglio in cui si legge “

    ecce angnus dei ecce qui tollit pec…

    ” Dall’altro lato una bella figura di S. Pietro con il libro e le chiavi. Fa da sfondo un drappo decorato con motivi floreali geometrici. L’opera è in buono stato di conservazione essendo le figure pressoché integre.

    Trevi, Bovara: Bartolomeo da Miranda, affresco

    La parte superiore è stata danneggiata da un vecchio intervento per la costruzione di un rudimentale solaio, le cui travi insistono proprio al limite della cornice. I distacchi dell’intonaco interessano la parte finale del cartiglio di S. Giovanni danneggiando le ultime due parole, del resto facilmente intuibili, e sfiorano appena i nimbi delle figure. Purtroppo la messa in opera di una putrella di ferro, negli anni Trenta, ha danneggiato la parte inferiore del manto di S. Giovanni, mentre un altro intervento in corrispondenza dei piedi della Madonna ha disgraziatamente fatto perdere un tratto della lunga scritta inferiore, proprio nella parte ove probabilmente era il nome dell’autore. I caratteri rimasti sono sbiaditi da evidenti reiterati contatti essendo ad altezza d’uomo e, sia pure con qualche incertezza, si può leggere:

    o ihs Xpo [ver]gie maria adorate [o ihs] Xpo vergie maria :. [] :. ano dni M44 [] iiii []

    Purtroppo l’ultima cifra della data è assolutamente incerta: potrebbe leggersi 1449, o addirittura 1440 e nelle successive aste verticali “mens[is]” e l’accenno di una “A”, forse “Apr[ilis]”. Di conseguenza, attenendosi soltanto ai caratteri decifrabili con sicurezza, l’opera si deve collocare nel quarto decennio del XV secolo.

    Con il conforto del giudizio di uno studioso particolarmente competente, la pittura è da considerarsi di mano di Bartolomeo da Miranda, attivo a quell’epoca nella zona, particolarmente nella vicina chiesa di Pietrarossa, ove esistono ben cinque affreschi firmati ed altrettanti attribuiti a lui o alla sua scuola1.

    In tutti si ritrovano gli elementi che figurano nell’affresco di Bovara. L’immagine che più gli somiglia (fig. 2) è all’interno della chiesa, nella navata destra, indicata da vari autori come la Madonna della mela2, immediatamente sotto l’Annunciazione dello stesso autore3.

    La decorazione “a grandi fiori stilizzati”, che qui orna il manto della Madonna, è comune a molte altre immagini a Pietrarossa ed è una delle caratteristiche del pittore4, ma soltanto in questa immagine e in quella contigua, indicata come Madonna in Trono le “rose” sono racchiuse da linee continue sinusoidali verticali come nel drappeggio di fondo dell’affresco di Bovara. Identica è l’inclinazione della testa della Vergine e molto simile il profilo del viso; identica è altresì la scena della Madonna che offre al Bambino una mela, qui più evidente che a Bovara.

    La forma e la decorazione del trono della Madonna sono ricorrenti, con leggerissime varianti, in tutte le opere attribuite sia a Bartolomeo che alla sua scuola. In particolare, dove è visibile come nella pittura di Bovara, il rilievo a losanga al centro degli specchi laterali e anteriore del sedile è una costante assoluta, quasi che all’epoca non si fosse mai visto altro scranno. Ma tra le numerose rappresentazioni della Madonna con Bambino attribuite a Bartolomeo da Miranda, la più somigliante a quella di Bovara è l’opera conservata al Museo di Belle Arti di Budapest, pubblicata da Bruno Toscano nel suo studio fondamentale per la conoscenza del pittore5.

    La differenza tra le due immagini sta solo nella posizione del Bambino. Tutti gli altri elementi sono identici: il viso della Madonna, il leggero velo annodato sul davanti, la mano che porge la mela, il manto che si richiude all’altezza delle ginocchia, la decorazione del drappo posteriore e il disegno a triangoli della cornice. Quanto alla decorazione a motivi floreali, le uniche varianti tra le immagini ora esaminate consistono soltanto nei punti di contatto delle linee curve che corrono in senso verticale, ciascuna sfasata rispetto alla contigua, con la funzione di incorniciare e separare le “rose”. A Bovara e nella Madonna in Trono di Pietrarossa sono raccordate con un fiorellino a cinque petali e sono dello stesso colore rosso mattone, mentre a Budapest e nella Madonna della Mela sono separate da un semplice punto, a Budapest ancora più piccolo che a Pietrarossa.

    La figura di S. Pietro, che guarda con tenerezza il Bambino, richiama fortemente, nel portamento maestoso e nei colori, l’immagine raffigurata frontalmente e ancor più solenne nella chiesa di S. Pietro a Pettine, poco più a monte della chiesa di Pietrarossa, recentemente attribuita allo stesso pittore6.

    Infine il S. Giovanni trova forti analogie con lo stesso santo dell’affresco di Trequanda7, particolarmente nelle sformate estremità inferiori, caratteristiche nell’iconografia del Battista, assolutamente identiche nelle due opere, sia nel disegno che nella posizione. Perfettamente coincidenti sono anche le scritte nei due cartigli, particolarmente nella grafia angnus, non assolutamente insolita ma neppure tanto frequente8.

    .Sembra evidente che un affresco di queste dimensioni a soggetto sacro abbia dovuto decorare un edificio di culto, ma attualmente si stenta a riconoscervi una chiesa, in particolare per la presenza di un camino. Probabilmente la chiesetta originale venne trasformata, con interventi radicali, già da tempi remoti come del resto denotano gli intonaci molto antichi. Non si trova nelle antiche memorie – in particolare nel Natalucci9, che descrisse minuziosamente il territorio trevano e che esaminò praticamente tutti i documenti allora esistenti – alcun cenno ad un edificio sacro che si possa ricondurre a questo. Potrebbe essere stato intitolato a S. Giovanni, qui raffigurato in evidenza parimenti a S. Pietro, che però è il titolare della chiesa abbaziale di Bovara, allora retta dai benedettini, e nelle cui pertinenze molto probabilmente era questo luogo distante solo 200 m dal recinto dell’abbazia. Ugualmente negativo è stato il risultato della ricerca nelle Rationes decimarum Italiae10, dove si esaminano elenchi di chiese più antiche.

    Probabilmente nella chiesa originale l’altare era addossato alla parete ovest, tra le due finestrine, ineguali ed asimmetriche, poste a m. 2,50 dal pavimento. Di conseguenza l’affresco si veniva a trovare alla sinistra di chi guarda l’altare e di fianco all’altare stesso e l’intervento all’altezza dei piedi della Madonna potrebbe essere stato effettuato per ricavare un ripostiglio successivamente tamponato.

    La porta nella parete sud, con arco a tutto sesto in mattoni, è tipica dell’architettura locale della metà del Quattrocento e pertanto coeva all’affresco.

    L’aspetto differente dell’intonaco e della tinteggiatura tra le due metà del locale indica chiaramente che questo fu diviso da una sottile parete per creare, nella parte non interessata dall’affresco, l’abitazione del pastore, essendo un vano adiacente usato come ovile.

    Il locale, parte di un complesso di edifici colonici a ridosso della casa padronale, è di proprietà privata. Attualmente è circondato da appartamenti restaurati di recente per accoglienza dei turisti. Dopo la scoperta di quest’affresco, le proprietarie che gestiscono l’Agriturismo “I Mandorli”, hanno deciso di restaurare il locale per la piena fruibilità dell’opera da parte degli ospiti ed eventuali studiosi

    200

    1) Appartengono sicuramente a questa scuola anche la Madonna di S. Arcangelo, già segnalata in S. Nessi, Trevi e dintorni, Spello, 1991, p. 123 e un frammento nella chiesa di S. Francesco in Trevi, sulla parete sud vicino alla porta minore.

    2) A. Pantaleo, La chiesa di S. Maria di Pietrarossa di Trevi nella storia artistica di Trevi, tesi di laurea, Facoltà di Lettere, Università di Napoli 1971, cap III, parte II, n.5. G. Guerrini, Le iscrizioni sui dipinti di S. Maria di Pietrarossa, in “Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria”, LXXXVII (1990), p. 105.

    3) Sono state prese in esame soltanto le opere firmate, anche se è sempre più difficile – per il rapido degrado delle pitture causato dall’umidità che risale dal terreno – recuperare tutti i caratteri ancora leggibili fino a pochi anni orsono. In particolare, i due autori sopra citati, nella firma della Madonna della Mela hanno letto Bartolomeo, mentre ora sembra più plausibile Bartolomeus. Il grave problema del degrado dei dipinti della chiesa di Pietrarossa è stato trattato in: P. Felicetti, B.Bruni, I problemi della conservazione e del restauro dei dipinti, in “Bollettino” cit., pp.111 – 116.

    4) R. Quirino, Gli affreschi di S. Maria di Pietrarossa, in “Bollettino” cit., p. 100.

    5) B. Toscano, Bartolomeo da Miranda, in “Scritti di storia dell’arte in onore di Federico Zeri”, Milano 1984, p.95.

    6) F. Todini, La pittura umbra, Dal Duecento al primo Cinquecento, I, Milano 1989, p. 26.

    7) B. Toscano, op. cit., p. 100.

    8) Su Bartolomeo da Miranda, oltre agli autori citati, cfr. C. Fratini, “Campilio” da Spoleto e la pittura nel Ducato alla fine del Quattrocento, in “Esrcizi”, 8 (1985), p. 15, nota 4; B. Toscano, La pittura in Umbria nel Quattrocento, in AA.VV., Pittura in Italia, Il Quattrocento, II, Milano 1987; pp. 373, 374, 572.

    9) D. Natalucci, Historia dello stato temporale ed ecclesiastico di Trevi, (1745), Todi 1985

    10) P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Umbria, Città del Vaticano 1952

  • Chiesa di Bovara


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    Trevi, Italy. Bovara, chiesa di S. Pietro, facciata.

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    CHIESA DI S.PIETRO del 12° secolo, con fregio del V secolo. L’interno è a tre navate; quella centrale è coperte con volte a botte e quelle laterali con volte a crociera. Sebbene un ampliamento del coro nel sec.16° abbia distrutto l’originale complesso absidale, rimane tuttora uno dei più belli esempi del romanico nella zona.

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    L’attigua ABBAZIA fondata nel 1158 dai benedettini presto assurse a grande splendore. Ai monaci si devono notevoli interventi di bonifica della valle e il conseguente sviluppo dell’agricoltura.

    A 200 m dal recinto dell’abbazia, verso monte, fa bella mostra di sé il millenario olivo di S. Emiliano.

    Nella zona, vari reperti archeologici, rivelano antichissimi insediamenti.

    La stele di Bovara. Rinvenuta negli anni ’50, passata pressoché inosservata, venne reimpiegata mostrando la faccia opposta all’epigrafe. Riscoperta all’inizio degli anni ’80, attende di essere esposta nella “Raccolta d’Arte di S. Francesco“.
    È un’epigrafe in due righe, in latino arcaico. Deve ancora essere studiata.

    MOSAICO ROMANO. Importante testimonianza di vari insediamenti in epoca romana, citato da più autori, più volte scoperto e ricoperto da alluvioni ricorrenti. Fu scoperto l’ultima volta nel 1943-44; da allora giace negletto sotto uno strato di terra poco a valle dell’antichissima strada romana che congiungeva Trevi al ponte “lapideo” (da cui derivò il toponimo “Lapigge”) sul Clitunno.

    Trevi, Italy. Bovara, chiesa di S. Pietro, interno.

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