Categoria: Da sapere

  • La chiesa delle Lagrime (55), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    8 L’ARCHITETTO DELLA CHIESA
    E IL CONTRATTO PER LA FABBRICA

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 55 a 63)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <55>

    Come e perché i contratti stipulati con Francesco di Bartolomeo, da Pietrasanta il 27 Novembre 1485 e con Sante di Giovanni. da Settignano il 2 Giugno 1486 per la fabbrica della chiesa non abbiano avuto esecuzione, non sappiamo, perché su ciò tacciono del tutto i documenti. É certo che si era arrivati alla seconda metà del 1486 e la fabbrica non era ancora stata iniziata. Onde è che, per rompere ogni indugio, 1’8 Agosto di quell’anno i Priori del comune con otto degli XI deputati delle «Lagrime» tennero adunanza, nella quale Bartolomeo di ser Giovanni, anteposto, propose si dovesse decidere, perché necessario, di aggiudicare ed accottimare la fabbrica della chiesa. E si delibera, infatti, che «assolutamente» debba aggiudicarsi. E tre o quattro dei deputati trattino coi «maestri» per i capitoli e le condizioni. Altrimenti redigano il capitolato, anche senza i «maestri», e riferiscano alla Società ed in essa si faccia l’aggiudicazione e il contratto definitivo (1).

    Deliberazione decisiva, per non tardare più oltre la costruzione della chiesa, voluta dal comune e dal popolo. Ma delle trattative corse tra i rappresentanti della Società delle «Lagrime» e gli appaltatori non abbiamo traccie.

    Intanto si provvedeva allacquisto del terreno, come già dissi,

    _______________________

    (1) Archivio delle 3 chiavi, N. 155, f. 47t.

    <56>

    necessario alla fabbrica, coi denari del comune, perché fosse sempre di sua proprietà.

    E, finalmente, il 27 Marzo 1487, si addivenne alla stipulazione del contratto con M°. Antonio di Giorgio Marchisi, da Settignano, presso Firenze.

    Ancora una volta, nella scelta dell’architetto per la nuova chiesa, si addimostra la sagace oculatezza degli amministratori di quei tempi; non solo: ma apparisce anche la loro coraggiosa iniziativa, poiché si trattava d’impegnarsi per un lavoro quasi colossale, costruire. cioè un tempio di dimensioni mai viste nel nostro comune. E ciò senza neanche avere in pronto sin dall’inizio la somma tutta che l’impresa grande richiedeva. Fiducia e coraggio, oltre al nobile senso religioso ed artistico animavano i deputati delle «Lagrime».

    * * *

    Di grande interesse è per noi sapere chi fosse e di qual valore l’architetto prescelto. Non molte, purtroppo, sono le notizie che di lui abbiamo: ma tante quante bastano a farci convinti che egli era eccellente nell’arte sua. Si chiamava dissi già Antonio Marchisi. Altri scrive Marchissi: ma nei documenti trevani risulta la prima grafia; ed io questa ho creduto ragionevole adottare. Spesso è chiamato Antonio di Giorgio, senz’altro. E così anch’esso si firma nel contratto trevano.

    Nacque a Settignano, storico e pittoresco castello e fecondo di artisti famosi, nei pressi di Firenze il 17 Maggio 1451. Nel 1474 lavorava a Pesaro insieme con Giorgio suo padre alla costruzione della fortezza di quella città detta poi la Rocca Costanza, perchécostruita per ordine di Costanzo Sforza, allora signore di Pesaro e figlio di Costanza Varano. Ma il lavoro fa bruscamente interrotto, se dobbiamo prestar fede a quanto il Marchisi padre scriveva a Lorenzo dei Medici, il 17 Aprile 1476. Pare che il signore di Pesaro, superate le prime difficoltà della costruzione. cioè quelle di edificare in mezzo all’acqua, cacciasse via in malo modo i Marchisi, padre e figlio, insieme agli scarpellini che il Giorgio aveva condotto seco di Toscana per quell’opera.

    Il Marchisi si lagna al granduca che il signore di Pesaro l’abbia fatto stare perfino una settimana senza viveri! E poiché egli reclamava, lo Sforza gli diede ordine per mezzo delle guardie, che entro due ore egli e suo figlio Antonio sgombrassero da quelle terre; altrimenti gli avrebbe fatta — scrive esso — «la barba di stoppa»,

    in

    altri

    termini :

    impiccare!

    Oltre di che — è sempre Giorgio Marchisi che narra — «lo Sforza gli avrebbe messa a sacco la casa e toltogli le masserizie e tutti i panni; tanto che dové tornare a Settignano in farsetto». E chiama testimoni gli scarpellini che «aveva menato seco». Lo Sforza avrebbe anche trattenuti i garzoni del Marchisi, che da questi avevano già avuti fino a tre mesi di paga anticipata. Tutto ciò avvenne, dice M°. Giorgio «quando egli m’ebbe fatto cavare una torre fuori della acqua et che vide che e’poteva fare senza me». Sicché il lavoro fu «allocato» ad altri e ciò anche più di un mese prima che il Marchisi fosse in così malo modo liquidato. Era, dunque, premeditata la sua espulsione?

    D’altra parte lo Sforza diceva che il Marchisi era fuggito portando via i denari che aveva avuto in anticipazione. Ma l’architetto si difende, e — da uomo pratico dell’arte — scrive al Medici: «Mandisi a stimare il lavorio ch’io ho fatto e conci allo avvenante delle scripte eh’io ho et vedrete se io ho soprapreso danari, et se li resta a dare. Io ho lavorato due mesi et non mi ha dato danaro». Perciò si raccomanda al Granduca e gli garantisce che tutto ciò che gli scrive è pura verità «et se a ciò a me (sic) io vi dicessi bugia alcuna, voglio elle senza niuna misericordia mi gastighiate» (1).

    Non sembri questa narrazione una divagazione del nostro argomento; poiché essendomi proposto di dare in questo capitolo le maggiori notizie possibili sull’architetto della chiesa delle «Lagrime», mi è parso necessario dire anche di questa disavventura del Marchisi padre, della quale partecipò anche il figlio Antonio, che era all’inizio della sua carriera, di artista.

    Questi raggiunse ben presto fama e meriti; poiché nel 1487 costruì a Firenze, fuori porta a Pinti, la chiesa e il convento di S. Giusto nel quale erano i Padri Gesuati; dove poi dipinse a fresco Pietro Perugino. La chiesa, che fu distrutta poco tempo dopo, durante l’assedio di Firenze nel 1530, era, a dire del Vasari, «un grande edificio, che insieme al convento annessovi era dei più belli e bene accomodati che fossero nella Stato di Firenze» (2). Ciò avveniva nel 1487: lo stesso anno in cui il Marchisi stipulava il contratto per la Chiesa delle «Lagrime».

    ________________________

    (1) Gualandi Michelangelo.Nuova raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura ecc., Bologna, 1844, Vol. III, Pag. 341-343.

    (2) Le opere di Giorgio Vasari con muove annotazioni e commenti di Gaetano Milanesi, Firenze Sansonii, 1879-1885 Vol. III, p. 570. Vol. IV. p. 476.

    <58>

    * * *

    Preziosa, anche in questo argomento, è la testimonianza del cronista Mugnoni, il quale scrive che «el maestro che ha tolta ad fare dicta ecclesia, si è fiorentino ciamato (sic) mastro Antonio. homo reputato de grande ingenio». Ed aggiunge che lavorò molto sotto il pontificato di Sisto IV, in diversi edifici ed anche in S. Pietro a Roma; e costruì molte rocche e — ripete — «reputato grande ingenio et maestro in edificare». Ma con tutto il suo «ingenio» — anzi appunto per questo — dovette il Marchisi essere un «fiorentino spirito bizzarro». Vedremo tra poco come venne a dar noie e brighe al comune di Trevi, abbandonando anche il lavoro intrapreso.

    * * *

    Nel 1494 Antonio Marchisi era a Napoli, al servizio di quei reali, con la provvisione di 200 «ducati» per la costruzione e riparazione di fortezze in tutto il reame. Nel 1498 rivedeva le fortezze di Calabria. E. secondo il Vasari, lo scultore Andrea da Fiesole fu chiamato a Napoli dal nostro Antonio di Giorgio, che il Vasari stesso giudica «grandissimo ingegnere ed architetto».

    Nel 1517 il papa Leone X, volendo fortificare Civitavecchia condusse seco «di persone ingegnose» anche «Antonio Marchisi architetto allora di fortificazioni, il quale per commissione del papa era venuto da Napoli».

    Nel 1518, ritornato a Firenze ebbe dagli Otto di Balìa l’incarico di rivedere le fortezze di Pisa, Livorno, Borgo S. Sepolcro, Arezzo e Montepulciano e di far nuovi progetti e modelli. Nello stesso anno andò a rivedere la fortezza di Fogliano in Val di Chiana, della quale fece un bellissimo disegno.

    Il Muntz crede riconoscere il nostro Marchisi in un «Magister Antonius de Florentia Murator» che nel 1185 era a Roma, a pigione in una casa del Capitolo Vaticano (1).

    Nel 1504 Consalvo di Cordova rilasciava mandati a favore del Marchisi, indicato con le qualifiche di ingegnere e di architetto e sotto il nome di «Antonio da Settignano»(2).

    Fra i più moderni scrittori fa menzione assai laudativa del Marchisi il P. Guglielmotti che lo dice «chiaro architetto militare».

    ____________________________

    (1) Eugene Muntz. Le artes àla court des Papes Paris, 1898, p. 48.

    (2) d°. Histoire de l’art pendant la Renaissance. Vol, II, p. 252.

    <59> Erroneamente, però Io chiama Marchisio e lo dice di Modena (1).

    Il nostro Antonio di Giorgio Marchisi morì il 1° Settembre 1522. Secondo il Vasari, egli sarebbe morto a Napoli, dove «fu fatto seppellire da quel re, non con esequie da architettore, ma reali». Ciò a prova della grande stima che il Marchisi godeva da quel re Ferrante «appresso al quale era in tanto credito Antonio, che non solo maneggiava tutte le fabbriche del Regno, ma ancora tutti i più importanti negozii dello Stato».

    Il Milanesi, però nelle sue note alle Vite del Vasari dice che tutto ciò sarebbe una «favoletta»; perché il Marchisi aveva fatto testamento fino dal 1493, ventinove anni prima della sua morte, ed aveva istituito erede Ottaviano, suo figliuolo, natogli dalla Fioretta di Giovanni Cioli, sua moglie. Se il figliuolo moriva, dovevano sostituirlo nell’eredità Zeffira e Ginevra sue figlie, la prima maritata ad Andrea Ferrucci.

    Più tardi, però altri fatti sopravvennero: e in un nuovo testamento del 10 Maggio 1520 istituì erede Giorgio, suo figlio naturale. Quindi cadrebbe il racconto del Vasari.

    Quello che conferma, però la meritata fama, di illustre architetto è la serie dei suoi lavori, come la Chiesa di S. Giusto a Firenze, e la nostra Chiesa delle «Lagrime». Quando di essa farò parola diffusamente e quando il lettore avrà sott’occhio l’imagine stupenda dell’esterno e dell’interno di questo nostro tempio si farà persuaso — nonostante i danni che il tempo arrecò all’edificio — che questo è opera di un architetto di genio e di ardimento; molto più che l’attuale chiesa non riproduce tutto lo splendore e la grandiosità del primitivo disegno, pur rimanendo sempre una imponente opera d’arte.

    Ulteriori notizie sulle vicende della vita di M. Antonio Marchisi avrò occasione di dare nel corso di questo libro, per ciò che si riferisce all’opera del Marchisi in Trevi.

    Notiamo, intanto, che esso si unì in questa impresa al suo conterraneo Sante di Giovanni, che, prima, aveva stipulato un contratto coi deputati delle «Lagrime». Circostanza questa di qualche valore, e che era fin qui sfuggita a chi aveva parlato di M°. Antonio e della chiesa dalle «Lagrime». Con essa. si mette in evidenza anche questo

    ____________________________

    (1) P Alberto Guglielmotti O.P.Storia della marina pontificia. Roma, Tip. Vaticana, 1893, Vol. I. p, 240, Vol. X. Indice.

    <60> secondo architetto di Settignano, del quale, finora, nessuna notizia si aveva dai più competenti in materia di storia dell’arte.

    E prima di lui il comune aveva trattato con Francesco da Pietrasanta, che presentò il disegno per la nuova chiesa (1). Da questo fatto e dalla circostanza che nei successivi contratti con Sante da. Settignano e con Antonio Marchisi non si parla di disegni della chiesa, ma solo di dimensioni e prezzi dell’opera muraria si è voluto da taluno dedurre non essere il Marchisi il vero architetto della chiesa ma soltanto un appaltatore ed un esecutore di progetti altrui (2). Ma la deduzione mi sembra cavillosa. Il Mngnoni dice — è vero — che, il Marchisi aveva «tolto ad fare dicta ecclesia», ma questo «fare» è verbo troppo generico per poterne concludere che il Marchisi fosse un semplice esecutore. Tutta la sua carriera artistica ce lo mostra come ideatore di fabbriche d’ogni genere. Il Mugnoni stesso la chiama «homo reputato de grande ingenio» e ricorda i lavori dal Marchisi compiuti sotto Sisto IV.

    Se si tengono presenti e se si valutano seriamente queste circostanze e ad esse si aggiunge il fatto che — come vedremo — il comune di Trevi esigeva la presenza del Marchisi sul posto, se ne dovrà dedurre che egli e non altri sia stato l’architetto della chiesa. Se il contratto imponeva a lui degli obblighi circa alcuni particolari della costruzione, senza far cenno di un disegno vero e proprio eseguito dal Marchisi, ciò può dimostrare — tutt’al più — che il comune si rimetteva al buon gusto e alla maestria dell’architetto.

    Sarà forse lecito dedurre che questi potrà avere utilizzato qualche elemento dei precedenti progetti; ma anche questa è un’ipotesi: niente più

    Se devo, dunque dire il mio modesto parere, credo poter affermare essere il Marchisi il vero architetto della nostra chiesa. Che egli sia stato nello stesso tempo l’assuntore dei lavori, è cosa che non farà meraviglia a nessuno di quelli che hanno una qualunque notizia della storia dell’arte e dell’architettura in ispecie. Il contratto stesso — lo vedremo tra poco — dà al Marchisi la doppia qualifica di «maestro» e di «accottimatore».

    Ed al semplice buon senso ripugna il pensare che, dopo aver trattato con artefici di minor grido, il comune si decidesse ad affidare la fabbrica ad un architetto di grande ingegno e di grande fama,

    ____________________________

    (1) Cfr. sopra pag. 49

    (2) D. P.Pirri, Annali di ser Francesco Mugnoni da Trevi, cit. pag,95 n.1

    <61>
    c
    ome il Marchisi, per far di lui un semplice appaltatore di opere murarie!

    Il 27 Marzo 1487 convennero in una camera del palazzo comunale di Trevi «l’insigne architetto» Antonio di M°. Giorgio Marchisi, insieme a M°. Sante di Giovanni, ambedue da Settignano, coi magnifici signori Priori del comune: Luca di Francesco Capocciuti, anteposto, Bartolomeo di Bartolo Santi e Biagio Cascioli, e con i signori Gregorio di Tommaso Petroni, Pierfrancesco di Franceschino Lucarini, ser Giovanni «Tosto», di Angelo Valenti, Bartolomeo di ser Giacomo, ser Giovanni Gabino Francioli e Diotallevi d’Antonio Santilli; i quali ultimi nove rappresentavano i deputati delle «Lagrime», mancandone soltanto uno sugli undici, poiché tra questi era da contarsi anche Bartolomeo di Bartolo Santi, allora priore.

    Tutti questi cittadini autorizzati dal consiglio generale, con l’intervento del notaio cancelliere del comune, nell’interesse della chiesa delle «Lagrime» e del comune, convengono con M°. Antonio Marchisi che questi costruire la chiesa da buono, fedele e legale maestro e accottimatore.

    E farà la chiesa fino alle volte e il campanile. Il comune farà scavare le fondamenta. Sul posto, per la direzione dei lavori, dovrà trovarsi sempre o M°. Antonio, o M°. Sante, o un altro maestro di sufficiente capacità scelto da essi. Ed avranno l’obbligo di sorvegliare anche lo scavo dei fondamenti — quantunque fatto a cura del comune — e così i lavori di puntellamento e quant’altro occorrerà.

    M°. Antonio promette per sé e per i suoi eredi di osservare tutti i patti del presente contratto, senza frode, senza cavilli e senza eccezioni.

    Fin qui la formula preliminare del contratto, che nell’originale è in latino. Segue, poi, il testo del contratto, in volgare, di cui riassumo le linee principali, riservandomi di darne il testo completo tra i «Documenti» in appendice(1).

    M°. Antonio Marchisi promette e si obbliga di lavorare la chiesa, il campanile, le volte, i mattonati, gl’intonachi e tutto ciò che occorra; e su tutto «s’intenda darci el paiese franco» ossia la libera facoltà di far cavare l’arena e la pietra dove gli farà più comodo e dove è solita cavarsi.

    Il comune dovrà condurre l’acqua sul lavoro, e darà legname e ferramenta «che vadino a spese de dicta Madonna».

    ___________________________

    (1) Vedi: Appendice: Documento N. 2.

    <62>

    É obbligato il Marchisi di adoperare tutto il materiale offerto dai fedeli, fin qui radunato, e quello che verrà offerto in seguito, a prezzo giusto. E ciò s’intende tanto Iter la pietra e per la calce, come per la mano d’opera, spontaneamente offerta.

    Il prezzo di una «pertica» di muro è fissato in 8 «ducati» d’oro. La facciata e i fianchi avranno i loro pilastri di mattoni «con la cornice attorno».

    E la chiesa sarà dentro e fuori intonacata e «finita de tucto ponto a mie spese d’ogni cosa» Ma è a carico del comune. come si è detto, lo scavo delle fondazioni. Il murato si misurerà «vuoto per pieno», comprese, cioè le cappelle. le porte, le finestre e «l’occhio».

    Il campanile sarà esternamente di mattoni, come la sua base.

    Il prezzo delle volte è fissato a 10 «bolognini» al «piede scempio» cioè quadrato, e misurato sopra il piano della volta e della tribuna.

    Il selciato o l’ammattonato di mattoni «quadri» si pagherà 3 «bolognini» il «piede».

    Il prezzo delle pietre concie sarà fissato da amici comuni.

    Interessante è la clausola che riguarda il pagamento dei lavori. Poich il comune e i deputati delle «Lagrime» coraggiosamente si accingevano a questa opera grande. senza avere già pronti tutti i mezzi necessari, non vollero con questo fare opera inconsideratamente gravosa per il popolo trevano, ne troppo aleatoria per l’architetto appaltatore. Quindi è che nel contratto è detto che «la comunità de Trevi sia obligata overo dicta Madonna, pagarci dì per dì come se verrà lavorando. Et quando dicta Madonna, non havesse pecunia da spendere, noi siamo obbligati a lassare el lavorare, in sino a tanto elle dicta Madonna habia el modo a lavorare; et quandoella habia el modo a lavorare, noi siamo obbligati, a lavorare a ogni loro requisitione».

    Nuova prova, questa convenzione, della prudenza degli amministratori di allora. Essi avevano visto che la spesa era assai considerevole, e che era prevedibile una diminuzione nell’affluenza delle offerte, se la devozione dei fedeli veniva ad affievolirsi. E infatti poco tempo dopo, le loro previsioni si erano in parte avverate.

    Nel contratto è detto anche che «la comunità o vero dicta Madonna» dia in prestito 60 «ducati» all’appaltatore, perehé possa incominciare a lavorare; versandogli 30 «ducati» all’atto della stipulazione del contratto e gli altri 30 all’inizio dei lavori. E la somma verrà «scontata» nella fabrica. E se cosìnon fosse fatto, l’appaltatore autorizza il comune a poterlo «gravare in havere e in <63>
    persona, qui. a Firenze et in ogni luoco dove ragione si tenesse et domandarmi danni et interessi»; secondo la formula comune a tutte le obbligazioni a quei tempi.

    Si obbliga, in fine di lavorare da buono e leale maestro, in fede di che, dice: «ho fatta questa de mia propria mano, hogi questo dì sopradicto».

    Siamo, parrebbe, alla chiusa del contratto. Ma, arrivati a questo punto l’architetto e gli altri si avvedono di aver dimenticato qualche cosa. Infatti il testo torna a parlare del prezzo dei tetti, dicendo che sarà fissato poi e che saranno misurati come i muri, cioè mano, mano che saranno costruiti.

    Da notarsi il fatto che nel testo del contratto il Marchisi parla talora a suo nome soltanto; talora, invece, anche a nome del socio, Sante di Giovanni; e allora adopera il «noi». Ma per l’obbligazione derivante dal contratto s’impegna personalmente il Marchisi.

    Il Marchisi, celebre architetto, ma non altrettanto famoso letterato, scrive:

    Io Antonio de M. Giorgio chonfesso ete (sic) «chomfermo tutte le chosse sopra scritte chome istano»

    E di questo autografo dell’architetto illustre riproduco il fac simile (Fig.4).

    Testimoni a questo atto furono Gio: Battista e Benedetto di Gregorio Petroni e Felice di Matteo Agostiui di Trevi. Dell’atto fu rogato il cancelliere del comune, più volte nominato, Giuliano Pellegrini, da Capranica.

    Con questo nuovo contratto restava espressamente annullato quello stipulato in precedenza con Sante di Giovanni da Settignano.

    Immediatamente dopo la firma del contratto, cioè lo stesso giorno 27 Marzo 1487, si mise mano allo scavo dei fondamenti per la nuova fabbrica, della quale esporrò ora le principali vicende.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    086

  • Francesco Francesconi – Lettere di M.A.Bonacci

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    Alcune lettere di Maria Alinda Bonacci Brunamonti

    (Angela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconi,

    in Rassegna Nazionale – Ottobre-novembre 1936-XV

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
    Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori di battitura e gli accenti secondo la grafia moderna.

    Maria Alinda Bonacci, tra il marito Pietro Brunamonti e il padre Gratiliano Bonacci (a sinistra). Dietro il Bonacci, Francesco Francesconi.
    Foto Brighi, Perugia.

    (da: Maria Raffaella Trabalza, Fiori di campo, amici miei di M. Alinda Bonacci Brunamonti. Foligno, 1992.) 113

    «Questo intollerabile abuso di ricerche indiscrete e di pubblicazioni pettegole», scriveva Maria Alinda Brunamonti nelle sue Memorie, «farebbe pensare che l’ultima delle sventura umane sia la gloria… Si concedono talvolta ai raspatori d’aneddoti, di date, di notizie vere o false, gli archivi domestici e si lasciano pubblicare anche gli scritti infantili con gli spropositi sfuggiti di fretta. Anzi gli spropositi spiccano con quello sfacciato e orgoglioso sic col quale l’editore significa che ne sa più dell’autore e che saprebbe insegnargli la grammatica e l’ortografia» (1).

    Ditemi ora come potrò avere il coraggio di presentare al benigno lettore, queste lettere di Maria Alinda Brunamonti senza trincerarmi dietro lo solite scuse del commentatore indiscreto. «Non v’e bisogno ch’io ve lo dica, certamente», scriveva al Prof. Francesconi Maria Alinda Brunamonti, «ma tuttavia permettetemi ancora che io vi raccomandi la custodia o la distruzione di questo foglio per ogni qualunque eventualità avvenire».

    Eppure, in fondo, non è così malvagia l’usanza dei «raspatori d’aneddoti». un modo come un altro di trattare gli uomini grandi alla buona; i monumenti sono tutt’al più decorativi, ma non dicono niente al cuore della gente che passa. A volte un’indiscrezione qualunque serve a rianimare l’uomo grande condannato a restare tra i vivi come un uccello impagliato con gli occhi di vetro e le ali guastate dai tarli e dalla polvere.

    Ma nel caso della Brunamonti c’e di mezzo pure un’opera buona.

    Saliamo fino alla sua casa di Porta del Sole a Perugia: nel salotto, fiori e gabbiette di uccelli, ritratti a matita e albums di fotografie, scaffali di libri e mensole di piccoli doni; il vento gonfia le tende dell’ampia finestra che guarda la piana del Tevere (2).

    ___________

    (1) M. A. BRUNAMONTI, Ricordi di viaggio (dal suo Diario inedito,a cura del marito Pietro Brunamonti) Firenze, 1907.

    (2) V. Nello studio di Maria Alinda Bonacci Brunamonti di S. Kulczycki ne La vita Italiana. Roma, 1894.

    <2> La Brunamonti che in vita ebbe la commossa amicizia dello Zanella e dello Stoppani, del Maffei e del Dupré, l’ammirazione del Fogazzaro(1) e la profonda stima del Salvadori(2), l’omaggio del Re, della Regina, e quel che è più strano del Carducci, la Brunamonti oggi è affatto dimenticata(3).

    E ora scendiamo al Casco dell’acqua: una grande casa bianca, giorno e notte vegliata dalla cascata di un antico mulino. Quanta farina macina il Clitunno. La sera la signora Santina suona la campanella e vengono i contadini a dire il rosario nella piccola cappella sul fiume… Da un angolo della biblioteca ingombra di libretti colonici e di opere di filosofia, sorride il languido volto della bella Marchesa Florenzi che fu per quarant’anni amica di un Re di Baviera, e vicino in aperta antitesi, il domestico sorriso di Maria Alinda Brunamonti, con un’aria di robusta serenità che ricorda il pane di casa…

    Il Francesconi dunque grande patriota e filosofo umbro, carissimo amico del Tommaseo, del Rosmini, del Gioberti, del Mamiani, e forse pure del Manzoni, intimo confidente del Cardinal Antonelli e della Marchesa Florenzi, titolare della prima cattedra italiana di filosofia della storia, il Francesconi è una figura completamente sconosciuta (4).

    (1) Il Fogazzaro nella Roma letteraria (anno XL n. 4) scriveva:«Io tengo che a lei, poeta, spetti un bel posto presso lo Zanella, poco più sotto di lui; ma lei scrittrice di prosa metto, per l’italianità insigne sì della veste che delle concezioni, per la maestà degli atteggiamenti, molto più su dello Zanella, accanto al maggior nostro maestro, al Carducci, non dirò degli scritti polemici e critici, ma dei discorsi accademici».

    (2) Il Salvadori parlò di M. A. Brunamonti ne La Favilla di Perugia e in Vita e Pensiero qualche anno fa. Vedi: G. Salvadori, Liriche e Saggi a cura di C. Calcaterre, vol: III, Ed. Vita e Pensiero. Milano, 1933.

    (3) V. ne La Favilla di Perugia (anno XXII) tra l’altro un articolo di L. Tiberi a proposito di una certa visita del Carducci alla Brunamonti. Il Carducci si trovava a Perugia in funzioni di commissario regio per gli esami al liceo. Vestiva di nero con una fascia rossa intorno alla vita… tuttavia pare che non disdegnasse i peperoni allo spiedo… un giorno trovò la B. sulla porta di casa, intenta a non so quale faccenda. Entrarono e si misero a parlare di Goethe e di Leopardi. Su Leopardi non si trovarono d’accordo. Per il Carducci Leopardi «era destinato a passare».

    (4) Mi riservo di trattare più ampiamente la figura di Francesco Francesconi a proposito della sua corrispondenza con il Rosmini e il Tommaseo. Mi varrò soprattutto di alcuni preziosi inediti che devo alla cortese accondiscendenza della famiglia e particolarmente del signor Carlo Francesconi, saggio custode dell’archivio di famiglia a Casco dell’Acqua, presso Trevi dell’Umbria.

    <3> Le prime lettere, e le più interessanti risalgono alla primavera del 1862. Maria Alinda Bonacci (non ancora Brunamonti) ha poco più di vent’anni. e il Francesconi è ormai vicino alla quarantina.

    Don Fausto Bonacci di Recanati, zio della futura poetessa, aveva conosciuto e apprezzato l’ingegno precoce del Francesconi, giovane convittore del Collegio Lucarini a Trevi, ottenendo in seguito dal padre del ragazzo il permesso di condurlo a Perugia dove avrebbe coperto la carica di prefetto nel Collegio della Sapienza. «Oltre il vitto ed il servizio avrà in danaro 36 scudi annui» scriveva il Bonacci «ed avrà il comodo di fare tutti questi studi che eleggerà».

    Le speranze di Don Fausto non andarono a male: «Cecchino» a ventitre anni era gia laureato in filosofia e matematica, diritto civile e canonico, teologia e sacra scrittura, professore di filosofia a Perugia e a Spoleto, segretario particolare del Cardinal Antonelli a Roma… «pensate se abbia goduto di un dolcissimo piacere», gli scriveva il Bonacci, «all’udire che subito vi siete messo in posto molto onorato ed utilissimo per trovarvi al centro del movimento civile e politico, dove potrete ampiamente svolgere i talenti che Dio vi ha dati…».

    Carissimo amico di Rosmini, cerca di conciliare Rosmini e Mamiani; tiene informato il Tommaseo degli avvenimenti romani, aiuta la causa di Venezia e «col pericolo d’essere arrestato e fucilato andò fin là a portare non lievi soccorsi al pietoso amico»(1).

    «Amerò pure di sapere come vi riusciranno i colloqui con Mamiani», scrive ancora il Bonacci, «e vi esorto, anzi vi prego di non esser ritroso a seguire le vie che possono condurvi alla cattedra di filosofia nell’Ateneo Romano…».

    Ma la brillante carriera del giovane fu ostacolata e forse stroncata dal dissidio con il Cardinale Antonelli e dalle tenebrose persecuzioni del piccolo Clero che dominava la vita politica di Perugia.

    A soli ventisei anni si ritirò a vita privata nella sua casa del Casco dell’Acqua in riva al Clitunno, e soltanto undici anni dopo tornò in veste ufficiale a Perugia, rettore, al posto del Bonacci nel Collegio della Sapienza dove allora insegnava

    (1) G. AGOSTINI, Memorie del Cavaliere Professore Francesco Francesconi. Foligno, 1892.

    <4> lettere il Prof. Gratiliano Bonacci fratello di Don Fausto e padre di Maria Alinda, uomo di una serietà spirituale che rasentava la pignoleria, autore di un trattato di estetica lodato dal Giordani e dal Borghi.

    Maria Alinda non ebbe altro maestro all’infuori del padre, il quale tentò felicemente un’ardita esperienza didattica: a otto anni Maria Alinda vestiva da uomo, leggeva la Divina Commedia, i Sepolcri, i Fioretti di S. Francesco, le lettere del Gozzi, studiava greco e latino, italiano e francese, storia, geografia e matematica.

    Nel 1856 il professor Gratiliano pubblicò i primi versi della figlia appena quindicenne. Offrì una copia del libro al Rettore e il Rettore volle conoscere l’autrice, oppure il Francesconi apparteneva a quel gruppo di amici che avevano conosciuto «l’ammirabile precocità» come scriveva il Tenca, di Maria Alinda Bonacci.

    Le nostre lettere ad ogni modo, presentano il Francesconi come un vecchio amico, il migliore amico ed il più fidato consigliere della giovine poetessa.

    La Brunamonti si trovava a Recanati, dove il padre, che aveva lasciato l’insegnamento per ragioni di salute, si era trasferito poco prima del 1860.

    «Oh Recanati, Recanati, tu m’assassini». Tutto il giorno non si sente che suonare a morto. «Tanto e viver qui a Recanati come in un deserto dell’Arabia, e chi ha bisogno di espansione e di vita, se non la domanda al proprio cuore o alle cose inanimate, può far conto di dover morire sconsolato». «Recanati paese degli asini e gufi… Recanati caverna del polo antartica….». Caro signor Francesconi è inutile «patrocinare la causa di questo malaugurato paese».

    E pensare che i poveri Recanatesi nel 1885 l’andranno a prendere alla stazione con la banda e daranno in suo onore un ricevimento a base di vino e ciambelle(1). Più tardi un indulgente biografo della Brunamonti scriverà: «Di Recanati parlava con una tenerezza filiale».

    Un continuo rimpianto per la vita e gli amici di Perugia, accompagna le lettere che Maria Alinda scrive quasi tutte le settimane al filosofo del Casco [dell’Acqua].

    Questa copiosa corrispondenza che va fino ai primi anni del matrimonio con il Prof. Pietro Brunamonti di Perugia, matrimonio in cui ebbe tanta parte il Francesconi, gira sempre intorno a due perni: il ricordo di una adolescenza disperata, e

    (1) V. M. A. Brunamonti, Op. cit.

    <5> il pensiero di Pietrino; nell’insieme rivela una Brunamonti ignota perfino alla minuziosa perspicacia del marito che ne raccolse le memorie e offre allo psicologo la sincera testimonianza di una difficile esperienza giovanile.

    1.

    Carissimo Francesconi

    Ben tornato a voi da Trevi !… Sabato a mattina mi giunse il pacco dei ritratti e vi sono infinitamente grata delle premure vostre per ispedirlo. Vi sono anche grata della vostra lettera del 4 luglio piena di savie riflessioni e di ragionevoli consigli i quali mi sembrano verissimi e giustissimi e solo qualche volta si trovano un poco discordanti da me perché il cuore sente e non ragiona, ama e non discute, soffre e non giudica, gioisce e non considera bene a fondo le cause ne del gaudio né del patire né dell’amare. Tremendo mistero è l’abisso del cuore ne mai può scrutarsi pienamente senza trovarsi annegati prima di venirne a luce: e guai a quella persona le cui fibre sono così vivamente sensitive, così irritabili, così commosse, che per necessità poi l’intelletto, la fantasia e ogni altra potenza ne resta vinta e dominata. Compatitemi, Francesconi mio, e permettetemi che io vi porti come ad un bivio che mi sta davanti e dove mi è forza scegliere una strada e camminare. Consigliatemi così quella che devo eleggere dove io mi possa trovar meno infelice.

    C’e la via di quelle che seguiterò a chiamare illusioni cioè gioie speranze e affetti che hanno poco fondamento di realtà e che sono perfezionate ingrandite, illuminate dalla immaginativa e dal cuore. Fin quanto esse durano voi ne cogliete piaceri veri e una vita convulsa sibbene, ma vivace, e poche gioie, ma profondamente sentite, e molti dolori ma esilarati di care lacrime e non privi anch’essi di una voluttà vera quale è quella che viene da un dolore previsto, aspettato e sofferto con rassegnazione. Così almeno la vita è intrecciata di fiori e spine, e l’ortica è compensata da qualche rosa; così almeno nei tuoi anni di giovinezza godi il piacere di assistere ad una lanterna magica senza anticipare la fredda e monotona apatia della vecchiezza.

    Per l’altra parte la via è ignuda di fiori e uccise tutte le speranze, tolto il velo e il mistero che fa bello ai giovani l’avvenire, ti si mostra la vita quale ell’è: vanità e dolore; e il palpito del primo affetto si confonde col palpito dell’agonia. Avete veduto mai sul ponente le nuvole un momento prima che il sole si nasconda? Se lerischiara un ultimo raggio, brillano un istante color di porpora e la terra riflette quel puro vermiglio: è un’illusione !… le riguardate dopo un minuto eccole color di cenere e preludio di notte fosca e di più fosco domani. Oh quante volte in quelle nuvole ho veduto l’immagine della vita e

    <6> della gioventù! E quella vista mi ha fatto piangere e mi ha dato all’anima uno scoramento segreto. Io ho provato ambedue queste sensazioni anche nella vita. Vi fu un momento che io rinunziai a tutti i sogni e mi chiusi nella cerchia di una fredda ragione e affogai nel lago del cuore tutti i palpiti della vita fantastica e della poesia: ed allora la poesia, questa divina amica e compagna e consolatrice de’ miei giorni mi abbandonò e mi lasciò cadavere insensibile: distruzione di questa poesia in me e distruzione di vita, e morte! E parlo vero sapete! Tutte le bellezze della natura, dell’arte, degli studi divennero morte per me e appena seppi più quello che fosse amore. Ultima e somma disgrazia non poter godere non poter patire, ne saper piangere. Ma ho pregato Dio che mi svegliasse da cotesto disgustoso assopimento e mi rendesse la sventura e la dolcezza d’inebriarmi di lacrime. Dio buono me la rese e fui contenta.

    E queste cose a nessun altro fuor che a voi io le direi, perché difficilmente da altri sarei compresa e forse ne riderebbero. Ma voi siete prudente, sono sicura che non ne riderete, anzi mi compatirete anche non sapendomi approvare.

    E di più considerate voi ch’io non avrei potuto rivedere con tanta gioia la mia Perugia se non l’avessi amata, sognata e dipinta con i più vividi colori. E la luna sugli elci del Frontone non mi sarebbe parsa così bella se non mi fosse stata antipatica la luna di Recanati.

    Del resto poi scendendo (direbbe un seicentista) dalle soffitte della fantasia al pianterreno della ragione, vi dico che ciò nonostante io sto bene e serena d’animo e contenta del passato del presente e del futuro, e coteste chiacchiere che ho scritte leggetele per ridere non per impensierirvi della mia salute. Vi ringrazio però di questa vostra gentile e delicata premura e credete pure che io so osservarla ed esservene molto riconoscente.

    Lo zio mio qui presente vi manda un saluto pieno di carissimo affetto per voi la cui benevolenza gli è molto cara e gradita: vuole che. salutiate Brunamonti in nome suo e mio. Salutate ancora per me ai nostri gentili conoscenti a Palmucci, al Prof. Galanti, al Prof. Buschi, Antinori ed altri che credete voi.

    Addio e credetemi aff.ma

    Maria Alinda Bonacci

    Recanati 8 luglio 1862.

    2.

    Carissimo amico,

    Vi ringrazio della vostra lettera del 3 agosto, nuovo segno della vostra gentilezza e bontà per me: vi ringrazio anche dei pensieri penosi che avete avuto per conto mio credendo che stessi male: benché mi dispiacciano i dispiaceri vostri, tuttavia in questa parte ed in un

    <7> certo senso sono costretta a rallegrarmene perché mi sono un indizio che mi volete bene dacché vi prendete così cortese pensiero per me. Vorrei scrivervi un po’ allegra e rianimata e così temperare la malinconia di quella storia che vi avevo promesso, ma vi dico il vero, questo dovere scrivere sempre con i tristi auspici delle campane che mi suonano a morto sull’orecchio da tutte le parti è una cosa che mi fa morire d’inedia. Quando io muoio voglio lasciare per testamento che suonino a festa e così rallegrare gli uomini morta, giacché viva gli ho dovuti sempre rattristare con le mie nenie elegiache. E sapete che, Francesconi mio? tante volte la piglio con me, e temo che gli amici mi diano proprio il nome, di campana a morto, e non so quel che farei per mutare registro che infine infine annoia me pure, ma parlando sul serio del bel concetto in cui mi fate tornare presso di me, giacché avendovi io scritto che mi pareva di essere una larva strana e fantastica e un essere creato a traverso avevo detto così proprio con l’intenzione di screditarmi affatto, ma siccome io credo alle vostre parole più che alle mie, così credo ancora che non sia vero, e me ne consolo di: cuore. Perché a dirvi il vero, amico mio, è una gran triste cosa dover rivolgere gli occhi sopra sé stessi e dire: a che mi han ridotto le mie stramberie, l’esaltazione della mia povera testa! anzi vi ho a dir di più ?… quella parola ce l’avevo messa a posta per sentire quello che mi avreste risposto voi, poiché gia lo sapete se io fo conto della vostra schietta e leale sincerità.

    E un destino che io non ho potuto mai scongiurare da me, di dover contristare i miei più cari amici e i più intimi conoscenti con le mie tristi e sconsolate lettere. Perciò dovevo dirvi per regola vostra dapprima quando m’usaste la cortesia di cominciarmi a scrivere: aspettatevi tedio e malinconia in ricambio del vostro affetto e tanto mi vorrete bene, tanto più per gratitudine contentatevi ch’io vi compensi con nenie e noie. Scusatemi questo parlar franco, e permettete che io qui vi prevenga e mi aspetti un gentile rimprovero da voi che metterà il (?) alla vostra cortesia.

    Ora pero vi ripeto parlo delle malinconie come di cose passate e solo rimemorate per. legare la storia del passato a quella del presente, e forse dell’avvenire: sono state pene orrende a soffrirsi per anni lunghi e angosciosi! nelle quali angustie se io non sono morta è stato un miracolo del cielo e forse un soccorso della mia stessa complessione che sortii dalla natura robusta e sanissima. Altri non avrebbero resistito al primo sorso di quell’amara tazza che dovevo tracannare tutta d’un fiato sentendomene avvelenate le viscere. Alcuni dispiaceri intimi esagerati un poco dalla mia stessa immaginativa mi esulcerarono l’anima fieramente e mi fecero disperare di tutti: ho considerato il mondo come non vorrei considerarlo mai più: un inferno dei vivi! e in questo stato contro natura io mi trovavo spaventata e quasi pazza. Ho detto uno

    <8>stato contro natura perché vi giuro, e credetelo pure come cosa certa; io sono nata per amare non per odiare: sono nata per amare il genere umano e amarlo con un amore onnipotente e terribile, non per considerarlo come una razza di vipere e di draghi: questo pensiero mi faceva inorridire e aborrire la vita e desiderare la morte, e cercarla e… non dico altro: m’intendete..: sono stata sul punto e alla viva alternativa o di uccidermi o d’impazzire.

    A mano a mano pero io mi sono riscossa lentamente da quel sogno penosissimo; e una notte cotanto nera ha dato luogo a una discreta luce di giorno: sicché vedete che devo sperar bene per l’avvenire considerando quanto si è guadagnato in meglio da quanto era per lo addietro. Ma basti, basti così. Siamo proprio nel caso del naufrago alla riva: è vero però, e voi dite benissimo che un certo sfogo anche dei mali passati, giova sempre se non altro per alleggerire il peso delle memorie che ci gravano sul cuore. É dolce e santa cosa nella vita fra amici e fratelli barattarsi a quando il fardello che ci è imposto e fare ad aiutarsi l’un per l’altro. Ho sempre pensato così, e ho ragione non è vero ?

    Addio: salutatemi Perugia. …

    Lo zio vi saluta e vi dice che per conservarvi nella sua benevolenza e affetto vivissimo non era bisogno certamente di questa nuova occasione che oggi ci lega anche più; ma avendovi sempre amato oggi ci è più giocondo per le continue occasioni di scrivervi e conversare insieme.

    M. A. B.

    Post scriptum.

    Ora vi metto l’ingegno alla tortura se volete rispondermi !

    La storia che dissi di narrarvi nella sua intimità, ho bisogno di narrarla al cuore di Francesconi, non a Francesconi in persona, e perciò ve ne scrivo così riservatamente pregandovi, se mi rispondete su di ciò, ad adoprar quei modi generali, e quei tocchi evasivi che non fanno capir nulla ad altri e a me fanno capir tutto: è una storia d’amore io amavo a tredici anni con una precocità d’intelligenza incredibile, e amavo disperatamente e inutilmente: anzi forse derisa e dispregiata in cotesta mia non compresa passione. Alla partenza da Perugia che fu stabilita quasi apposta per divagarmi da quella che dicevano pazzia sottentrò un’irritazione nervosa e un’alterazione di salute che fino allora avevo avuto sempre straordinariamente forte e robusta. Quello sconcerto non cessò più: io fui sul punto d’impazzire come vi ho narrato già nella lettera e disperai del mondo, odiai gli uomini, le cose, odiai la vita e me stessa e mi abbandonai a tutto l’orrore di una situazione infernale. Un riso di sarcasmo da colui che aveva calpestato i miei primi affetti mi stava davanti a torturarmi la fantasia e il cuore, mi pareva di sentire per un momento quello che non ho sentito mai più in tempo di vita mia: l’odio cosa per me orribile quando si rivolge

    <9> contro persona. D’allora in poi sono stata più o meno sempre infelice fino a oggi, fino cioè alla mia ultima venuta a Perugia.

    Poiché prima essendo quasi disperata anche dell’affetto di quell’Angioletto che ho amato perché buono. ingenuo, semplice come una colomba e incapace di lasciarmi. Assicurata dell’amor suo oggi mi trovo contenta e posso dire felice.

    Non vi posso dire il nome della persona a cui si riferiscono i miei primi affetti perché non avendolo confidato mai a nessuno fuori che a mia Madre, tremo e sudo freddo a nominarlo. Verrà tempo però (io spero) che nel cuore vostro depositerò tutto tutto perché vi ho conosciuto e vi voglio bene come vero amico, e permettetemi che io lo dica, come fratello.

    Ma se ha da esser ciò, sarà a voce, non mai per iscritto. Me lo concedete è vero? Non vi dispiace che vi chiami così?

    Io vi voglio bene anche perché con i vostri aiuti e consigli e le cure vostre amorevoli io sono rinata ad una nuova vita e costì a Perugia ho risentito e ho gustato anche più profondamente le gioie care, dell’amor mio per Colui… quel bon figliolo e un tesoretto per il mio cuore, io l’amerò sempre. Ma ditemi perché pianse nell’accomiatarsi perdonatemi questa frivola curiosità, frivola per chi non ama, ma voi che avete esperienza del mondo e del cuor mio sapete che di certe piccolezze ho bisogno anch’io di tenerne conto. Se mi rispondete fatelo come di cosa vostra; senza accennare che io ve ne abbia dimandato, anzi fatelo pure liberamente da che ve ne ho scritto nella lettera, senza mistero, e scusatemi di nuovo amico mio !.,. Perdonatemi e lasciate che io vi sia sempre amica sincera e affettuosissima.

    3.

    Mio carissimo amico,

    Quando il mio scrivere vi fosse venuto a noia, come potreste più liberarvene? A quest’ora ci siete, e bisogna che sia così: colpa la vostra troppa bontà. Questa mattina ho avuto la vostra carissima del … io ho cercato la data e non c’è. Poco male.

    Volete sapere più minutamente le sofferenze del tempo passato? Oh elle,furono gravi più che non si creda, e più gravi perché non intese e perciò non commiserate da anima viva, e più gravi perché sofferte in una età in cui la prostrazione del dolore e l’angoscia dell’animo lottava in me con un estremo bisogno di vita, di giovinezza, di illusioni, di gioie, e tanto più gravi perché nuova affatto ai patimenti della vita, e uscendo appena da una spensierata e allegrissima fanciullezza, era troppo paurosa quella scena di dolore che mi si apriva all’improvviso davanti. E

    <10> infatti quanto più imprevista e inaspettata tanto più arriva profonda e acuta al cuore la punta del dolore. Non vi dirò perciò come ne restassi io sgomenta e contristata, come si presentasse agli occhi un avvenire lugubre e funesto.

    L’estate del 1858 fu orribile per me: il sonno fuggiva dagli occhi miei in quelle notti angosciosissime per vigilie desolate e paurose. Chiusa in me stessa io vagavo la notte per casa come smemorata e stupidita parlavo fra me, piangevo a dirotto e scrivevo scrivevo a lungo, continuamente; qualche volta tutta la notte; e mi coricavo all’alba in preda a un letargo penoso. Qualche volta la stanchezza e il sopore mi vinceva e a tarda notte mi trovavo addormentata sul pavimento. Quelle pagine scritte da me in quel tempo sono dettate da una disperazione senza conforto; e sono propriamente essenza di fiele e di arsenico attossicato. Qualche volta laceravo gli stessi miei scritti in cui avevo temperato un’anima contristata, riconoscendo la più tremenda delle verità umane, la vanità del dolore, e quando si arriva a questo, credetemi, è un miracolo se si sopravvive.

    Eppure questo non era il peggio. Alcun tempo dopo io perseverai per più mesi nello indefesso studio della lingua greca per soffocare nel cuore le lacrime, e divagare la mente da quei pensieri strazianti. Il rimedio fu peggior del male. Fu come se in queste ore di solleone bruciante, dopo avervi tenuto cinque ore al sole vivo, vi seppellissero in una fossa di ghiaccio. Come vi trovereste?… Imaginatevi come mi potevo trovar io dopoché in grazia di quello studio gelato mi veniva tolto il conforto misero delle lacrime come a quei traditori nell’inferno di Dante, a cui il pianto si aggelava nel ciglio e gli negava quell’unico sfogo. Il mio vocabolario greco è tutto segnato di note dolorose.

    Oh, ma per amor di Dio lasciamo la mestizia di questi discorsi! Ma ditemi: mi avete ora capito bene? vi basta così? vi occorrono altre spiegazioni? è generica la mia storia, ovvero la è specifica abbastanza? Oh chi mi avesse detto una volta quando passeggiando noi fuori la porta di Fuligno per la via romana, v’incontravo nella vostra carrozzina, chi mi avesse detto allora che sareste stato il mio amico e confidente a Perugia, e mi avreste continuato tanta benevolenza e cortesia?

    Addio: se a me date licenza di scrivervi, l’ho caro. Non voglio però e mi dispiacerebbe se vi prendeste soverchio pensiero di rispondermi anche a costo o delle vostre brighe, o del vostro sonno, o delle vostre passeggiate. Non voglio nuocere a nessuna di queste tre cose: e perciò senz’altro nel giorno occupatevi tranquillamente dei vostri affari; alla sera ristoratevi con una lunghissima passeggiata (che buon pro vi faccia) e poi andate a riposare senza il pensiero di rispondere a me. Scrivere ai poeti e ai malinconici vien sempre a tempo… e qui vorrei dire per non

    <11> immalinconire, e per non impazzire, ma non credo di dir saviamente !.. quando però mi scrivete vi serva di regola che mi procurate sempre un piacere. Addio.

    Recanati 11 agosto 1862.

    P. S. Mi avete fatto delle altre domande alle quali mi son dimenticata di rispondere, vi avverto che lo faro un’altra volta perché m: manca la carta.

    4.

    Carissimo Francesconi. Vi scrivo di questa sera quattordici agosto ma non sperate però che la mia testa sia con voi lì in Collegio; se la volete trovare v’é necessario che la ricerchiate a Monteluce dove mi portano i pensieri e gli affetti della mia prima e allegra fanciullezza. Care memorie! Ton posso ridurle alla mente senza piangere: ma pur troppo è una necessità! non si può esser sempre fanciulli; né istessi diletti goduti in quei dolci anni infantili si trovano a paro dell’età, quando si arriva a vent’anni!

    Poveri anni miei ludibrio delle illusioni e dei fantasmi! Lasciatemi dire uno sproposito: povera me dannata da questa disperazione che si chiama poesia ad una vita fantastica e strana. Mi pare d’essere una specie di commediante, con questo di peggio che la tragedia recitata mi fa patire come fosse vera, e vedo che in fine in fine dovrà andare e finire con una morte vera, invece d’una finta.

    Ma non crediate che per questo io sia triste e malinconica. No certo amo però di ridere un po’a spese mie, giacché questa testa che Dio mi ha posto sulle spalle, e il cuore che mi batte nel petto mi ha fatto piangere assai. Senza dubbio mi sembra però che Iddio soltanto per nostro continuo martirio ci abbia dato questa potenza lucida di creare fantasmi e viver di quelli. Altrimenti non si spiega il mistero dei dolori umani veri e non veri: cioè che son veri solo in relazione di chi più o meno li sente. Quando uno può liberarsi da cotesto fastidio con una scrollatina di testa, e può camminare a piede libero per le vie più piane della vita, senza bisogno di precipitarsi giù per i rompicolli delle fantasie, allora beato lui e la cosa va liscia. Ma quando un’anima sventurata ha una fatalità che la trascina per i sentieri più sghembi e più arrampicati della vita, allora poco più o poco meno, é scritto che costei deve essere infelice.

    Siamo al caso presente (o meglio vorrei dir passato perché oggi sono interamente tranquilla). Quando la mia povera testa veniva a lite colla ragione e duravano una battaglia ostinata e crudele, chi ci andavi di mezzo?… io. Quando la mia smania ardentissima era quella di riveder Perugia, e ritornare indietro due o tre anni, e la ragione mi rispondeva che l’era cosa impossibile, chi ci andava di mezzo ?… io, Quando lasciando Perugia la notte del 6 gennaio 1856, quell’aria diletta

    <12> mi fuggiva inesorabile, ed io la ricercavo come un moribondo la ricerca nell’agonia, e la ragione mi diceva che io ero pazza e desiderare altrimenti, giacché era necessario partire, chi ci andava di mezzo ?… io, io e sempre io, e non altri che io: cioè la mia salute, la mia gioventù, la mia pace, la mia vita. Ma voi potete dirmi: e voi perché vi mettevate in quelle esagerazioni di sentimenti ?… Vi potrò rispondere che ero passiva interamente e quasi da una fisica forza sospinta.

    Son tornata savia adesso ?..: non so: io credo che voi mi direste di no, e noti ve lo domando nemmeno per non sentirmelo dire. Amo però sentirmi dire: vi compatisco, e le benevole parole degli altrui consigli e conforti mi sodo una medicina che io non saprei prepararmi da me stessa. Io non ho misurato le mie forze per vedere se le sarebbero ristorate e vigorose a combattere quando l’assalto della tristezza tornasse a darmi guerra. Ho paura di interrogar me stessa e di tentarmi. So questo solo: che oggi sono sana, tranquilla e bastantemente coraggiosa e serena nei pensieri dell’avvenire. Non è poco. Ma non mi fido di me. Quando l’affanno tornasse griderei: Francesconi mio, aiutatemi che io affogo! datemi una mano, sollevatemi. E voi lo fareste, non è vero? Dacché vi ho conosciuto, in niuna persona quasi ho posta più fiducia che in voi. Mi ricordo quel che mi diceste: quando vi sentite l’anima contristata e bisognosa di sfogo scrivete a me, e infatti uno sfogo di lacrime e di parole con un vero amico, e un ristoro che non ha pari. E delle volte in certe ore che la malinconia tornava a sussurrarmi le sue lugubri parole, (di raro veh) specialmente alla sera, anzi alla notte, ho preso la penna per iscrivere a voi e ho scritto quel che mi dettava la tristezza. Alla mattina pero colla mente rasserenata pienamente, ho lacerato lo scritto, perché a mandarvelo sarebbe stato un contristar l’amico senza ragione, senza scopo, senza bene, ne mio ne vostro. Cosi è ita più d’una volta.

    Mi domandaste giorni sono inqual modo Perugia avrebbe conosciuto l’amor mio dopo ch’io fossi morta, e credevate ch’io avessi dei scritti riservati per quel tempo. Ciò propriamente non è per anche vero, ma può esserlo nell’avvenire. Ho un pensiero in mente: e se mi basta il vigore dello spirito, e se la vita ornai stanca mi regge più oltre, vorrei attuare un concetto che idoleggio da lungo tempo. Per ora non saprei dirvi altro. …

    Addio

    aff. M. Alinda B.

    Riservata. Volete un nome? il nome che si lega alla storia dei miei dolori? Amico mio siate certo che voi sarete l’unico nel mondo al quale io lo dirò: ma io vi prego per quanto avete di più caro al mondo a scusarmi dal dirvelo oggi e per lettera. Pero ho bisogno di farvi qui alcuna dichiarazione forse necessaria. Non sono state le mie, storie

    <13>straordinarie e avvenimenti da romanzo: un fatto semplicissimo e solo grava per me. Quel tale a cui si riferisce, non credo che neanche più se ne rammenti. Amavo, fui amata, forse per un momento, o mi parve, ma fra noi non corse alcuna dichiarazione fuorché cogli occhi. Si dimenticò prestissimo di me, credo che ne ridesse, e tutto è finito. Ecco qui la storia. Se Dio vorrà che io abbia a rivedervi e parlarvi, non avrò difficoltà di dirvi quel nome. Per parte di lui la cosa andò liscia come va liscia sempre a quei giovani che hanno il grazioso vezzo di amare oggi l’una, domani l’altra, e tenerne a bada dieci, e non amarne nessuna in fondo in fondo. Ma per parte mia che non sapevo, e non so quel che vuol dire amar per burla la cosa andò bene altrimenti. Oh caro amico mio! che tempeste ho passato! come mi è parsa orrenda la vita! quanto ho sofferto! e di qui procede questa irritazione alle fibre del cervello (credo io) che tiene la mia vita nell’incertezza, e in uno stato poco meno che sempre penoso. Una abitudine al dolore mi fa salvatica e mi trascina alla malinconia e alla solitudine, un istinto di amore nel senso il più puro e il più santo della parola, mi sforza ad amare e a ricercare esseri viventi a cui comunicar me stessa e questa potenza d’animo che Dio mi ha dato. Si Dio me l’ha data una potenza d’animo nel cuore che mi bolle come un vulcano. Ed è così proprio così: non crediate che ombra di esagerazione sia nelle mie parole, esagerazioni le sono in me nel modo di sentire non nel modo di esprimermi.

    Anche di una cosa vi prego: non vogliate, ve ne supplico intender male le mie espressioni. e travedervi sotto qualcosa di più riprovevole, che certamente non v’è. Vi dico così perché non so se nella foga dello scrivere mi sfugge qualche cenno che possa dare ombra di male al mio dire e al mio sentire. Ve ne ho solo prevenuto perché una volta mi accadde e la mia lettera fu intesa e spiegata a rovescio e capita in senso ch’io non volevo. Colpa mia che non avevo saputo significar bene il mio pensiero. Del resto oggi sono tranquilla e non è poco tranquillissima poi nel pensiero d’amore, d’un amore che oggi Dio mi consente felice perché semplice e quieto. Quel giovinetto mi ama assai. Mi scrive lettere così passionate, così amorose, così candide ch’io vi leggo un’anima d’angelo pura ed ingenua. Lo amo ancor io: ma tranquillamente nel pensiero dell’avvenire e con fiducia in lui che la merita. Addio.

    * * *

    La Brunamonti, nel suo Diario, ancora oggi in gran parte inedito, «né io riconosco più me stessa, scriveva, né trovo in me traccia nessuna di quella fanciulla pallida, magra, nevrotica, sognatrice, ritrosa».

    In questo senso le nostre lettere scoprono una Brunamonti del tutto ignota. Il padre severo impose alla figlia fin dalle

    <14>prime poesie, un rigido schema letterario, una tecnica forse troppo grave per la linfatica ispirazione della fanciulla «pallida e magra».

    Che cosa ci dice per esempio quell’«Addio al paese natale» che il Prof. Gratiliano pubblico nel volumetto dei primi canti, dopo aver saputo da queste lettere quale nostalgia lascio nel cuore della fanciulla, il ricordo di Perugia?

    «Non si avverte in lei la necessità di scrivere», dirà il Croce(1); eppure queste lunghe, appassionate lettere al professor Francesconi, rivelano un’urgente necessita di scrivere, un vero dissidio interiore, che forse non si sarebbe risolto così facilmente senza l’autorità del Prof. Gratiliano e la prudente amicizia del Prof. Francesconi: dissidio complicato dal male sottile dei letterati, quel male che il Petrarca battezzava col nome tecnico di acedia, quella «vanità del dolore» di cui parla la Brunamonti in una lettera al Francesconi.

    «Codesta malinconia è stata l’amica, la compagna, la maestra, la consigliera della mia vita e dei miei studi e non posso rinunziare ad essa o rinnegarla», scriveva ingenuamente in un’altra lettera al Prof. Francesconi la giovine poetessa.

    Con gli anni l’autorità del padre, malato e ormai fuori dell’ambiente letterario, si fece più debole, e il Francesconi calmo temperamento filosofico, influì molto su una serena liquidazione delle vecchie tristezze. «Se a Perugia, io sono rifiorita alla vita della speranza e della gioventù, in gran parte lo devo a lei, ai suoi amorosi consigli, alle sue più che fraterne premure».

    L’equilibrio scosso dalle bufere dell’adolescenza, si ristabilisce completamente; il suo modo di scrivere perde il carattere di «urgente necessità» e si riveste di un tono ufficiale, sempre più estraneo alle esperienze personali, sempre più aderente alla tradizione colta delle donne letterate; al Francesconi non rimane altro che una parte, diremo così, di amministratore spirituale.

    Nel 1868 Maria Alinda Bonacci sposerà Pietro Brunamonti, professore di diritto all’Universita di Perugia. Anche dal punto di vista semplicemente biografico, le nostre lettere presentano un certo interesse.

    «Pietrino» nei lunghi anni di fidanzamento e nei primi anni di matrimonio, appare, ben diverso da quella figura di affettuoso compagno di lavoro, di consorte vigile e solenne, ufficialmente consacrata dalle poesie e dal diario di Maria Alinda.

    (1) B. CROCE – Letteratura della Nuova, Italia – II pp. 357 -Bari 1921.

    <15>Nella prima lettera il Brunamonti è il «pesciolino del Clitunno» l’«angioletto» («e così piccolino per se stesso che se si nasconde ancora volontariamente, non lo si ritrova più») «un’animuccia bellina e amorosa», «un buon figliolo» che «partecipa del bimbo di sette anni e dell’uomo maturo di settant’anni: l’età di mezzo l’ha scavalcato netto, netto».

    Nell’ultime, circa due anni dopo il matrimonio, la Brunamonti scriveva: «è per una parte cosa da ridere, Francesconi mio! (e qualche volta fa sdegno !…) che le notizie le più interessanti per il mio avvenire, io le sappia più facilmente dall’amico che dallo sposo! Io ne sono grata a voi di tutto cuore; ma vi confesso che qualche volta mi bisogna di farmi un poco violenza per tollerare questa trascuraggine che mi fa danno e pena: qualche volta io me ne affliggo profondamente perché penso ch’egli voglia avvezzarmi così assai per tempo a tenermi soggetta sotto un dispotismo assoluto e cieco! Che ne dite voi, caro amico? parlatemene a cuore aperto sicuro che le vostre sagge e moderate osservazioni faranno sempre bene quali esse sieno all’anima mia spesso arida e sconsolata di non trovar nella vita altro che tedio e disinganno!

    «Oh potessi ragionar un poco a lungo con voi! Oh potessi narrarvi a voce tutto quello che da due anni porto serrato nel cuore! Vi giuro che nulla tanto mi alletta e m’innamora quanto la schietta e giovanile confidenza di un’anima candida e sincera nulla tanto mi disgusta quanto la taciturna asprezza d’uno spirito impenetrabile che vuole avvolger di mistero le cose più semplici e così tenermi o indietro o sotto i piedi!…».

    E in un’altra lettera forse dello stesso tempo: «Ha un benedetto vizio colui che è cupo e impenetrabile quanto l’abisso. Non v’e mai pericolo che discorrendo meco gli esca verbo dalla bocca che possa farmi partecipe dei suoi timori o delle sue speranze !… Pazienza però !… e poi a quest’ora, mio caro amico, ho imparato a mie spese che costa troppo abbandonare il cuore a violenti desideri e trasporti di giovanili speranze. Nella foga del correre è troppo facile urtare e cadere. Forse in questo modo la Provvidenza vuole lentamente ammaestrarmi a non fidarmi soverchiamente di me e della mia indomita fantasia e così forse mi prepara un avvenire meno infelice!… Oggi mi sembra di esser più rassegnata, una contradizione impreveduta. mi farebbe meno sgomento, una speranza svanita mi darebbe meno dolore».

    La corrispondenza fra la Brunamonti e il Francesconi si fece sempre più rada con gli anni. Neppure una volta ricorre il nome del Francesconi nel voluminoso diario di Maria Alinda Brunamonti.

    <16>Il filosofo «poco prima del 1870 partì per sempre da Perugia… e si raccolse a vita privata nel suo paese nativo vicino a Trevi… fu poco conosciuto.., tanto è vero», scriveva il povero Agostini, «che queste memorie riusciranno nuovissime e inaspettate anche ai suoi intimi…».

    La sua piccola grande amica intanto faceva strada nel mondo, alla conquista di una breve e luminosa celebrità. Molto breve, soprattutto! Chi legge più le poesie di Maria Alinda Brunamonti? Ci sono due o tre inni alla Madonna che oggi ancora il popolo canta nelle sere del mese di maggio, senza saper davvero niente della Brunamonti che li compose tra i quindici e i sedici anni, all’alba della sua tormentata adolescenza.

    Eppure, oggi, ripensando dalla riva dei tempi nuovi, agli entusiasmi e alle speranze della Brunamonti, scopriamo in lei lo spirito e il cuore della prima donna italiana, addirittura nel senso voluto dal Fascismo: dotata di «un’intelligenza profonda» (il che, detto dal Senatore Croce, non è poco) vediamo che il Carducci «la trovò sulla soglia di casa intenta a non so quale faccenda!». Fervente cattolica, non esitò unica fra le donne italiane a votare per l’annessione delle Marche e dell’Umbria ai Savoia, e prima fra le donne italiane sognò la Conciliazione tra lo Stato e la Chiesa. Madre orgogliosa, cantò le culle speranza dei popoli e i figli primavera della vita. Anima candidamente aperta a ogni entusiasmo per le umane conquiste, cantò il telegrafo e il treno, le scoperte e le scienze sperando nel progresso l’avvento di tempi migliori. Sinceramente patriotta ebbe un fiero disprezzo per «le discordi ciance dei Parlamenti» e le ire dei politicanti di provincia. La sera del 27 marzo 1887, al Teatro Comunale di Perugia, davanti a un’immensa folla, Maria Alinda Brunamonti commemorò i morti di Dogali.

    E la poesia offerta alla moltitudine colpita dal dolore come una suprema speranza nei destini della patria, alla luce dei tempi nuovi s’accende di ardore profetico, assume il carattere sacro di un eroico vaticinio.

    Angela Zucconi

    Il Personaggio da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264) Foligno, 1987
    La vita e le opere Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito. Foligno, Tip. S. Carlo, 1892

    Ritorna alla Ritorna alla pagina FrancescoFrancesconi

    051

  • Autori – Giuliana Donati Angeli

    Poeti locali

    Giuliana Donati Angeli.1

    Trevi ricordi giovanili

    É mattina

    il paese schiarisce di polvere d’oro

    lo sguardo spazia alla valle.

    Sole antico sapore di rocche di mura

    di piccole strade sconnesse

    d’un lungo viale d’amore.

    Un cerchio di verde sbiadito

    accarezza silenzio di case lontane.

    Rugiada che brilla sole che cresce

    tutto diventa una luce

    Ricordo di anni passati

    riscalda il mio cuore.

    Dolci balli baci lasciati

    a metà per pudore

    rimpianti persone scomparse

    carezze più dolci più vere di allora.

    Avide di crescere

    lasciammo il paese.

    la vita ci avvolse pesante.

    Ma ancora il sole ci splende

    negli occhi guardando lassù

    quel piccolo lembo

    di pace di poesia.

    08Y

    Autori locali

    Note

    1) Gaeta 16/1/1924 – Macerata 7/12/2009- Scrittrice e pittrice. Di famiglia trevana, nacque a Gaeta per temporaneo incarico del padre in quella città. Passò molti anni della sua giovinezza a Trevi, poi sposatasi abitò a Macerata. Ha frequentato regolarmente Trevi. Prese parte a molte manifestazioni locali con l’esposizione delle sue pitture.

  • La chiesa delle Lagrime (274), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XIX LE OPERE D’ARTE MINORI

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 -. pagg. da 274 a 277)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <274>

    Quelle di cui fin qui ho parlato sono le opere d’arte che, per essere grandiose ed imponenti, richiamano senz’altro lo sguardo e l’ammirazione del visitatore. Ma oltre a queste, altre più piccole e più nascoste, e non tutte visibili qui, ornavano — ed in parte ancora adornano — la nostra chiesa. Onde mi è parso utile ed interessante farne cenno; prima di tutto perché finora sono quasi sempre sfuggite all’osservazione degli studiosi; poi perchésu taluna di esse avrò occasione di dare notizie e produrre documenti inediti.

    1°). LA PILA DELL’ ACQUA SANTA

    Premetto che il visitatore cercherebbe ora inutilmente nella chiesa questa pila. Un tentativo di furto verificatosi nel Novembre 1922 — come già dissi — consigliò di porre più al sicuro questa ed altre opere d’arte. Onde è che, da quell’epoca, la pila è collocata nel piccolo Museo comunale di Trevi.

    E’ un’elegantissima tazza di marmo di Carrara, che nelle linee purissime rievoca le antiche tazze romane. La base in pietra appenninica che la sorregge è opera deplorevole, eseguita alcuni anni or sono. Per lungo tempo, forse fino da quando la pila fu mandata a Trevi, venne collocata presso la porta minore della chiesa ed internata per metà nel muro. Credo poter affacciare l’ ipotesi che ciò sia stato fatto perché la colonnina, che doveva servire di base, andò forse in pezzi; ed in attesa di sostituirla con un’altra, si rimediò alla meglio adattando la pila nel modo che ho detto. Ma da ciò non è <275> venuto gran male: anzi dobbiamo a questa circostanza se la metà di essa — cioè quella che rimase nascosta nella parete — si è conservata intatta, come nuova.

    La tazza, di forma perfettamente rotonda, (Figg. 54-55) misura 80 centimetri di diametro. All’ intorno è decorata da quattro anse che sporgono sopra al labbro. Intorno, a basso rilievo, figurano, sulle onde del mare, delfini che guizzano (1) e vitelli marini che nuotano. Mascheroni e conchiglie simmetricamente disposti, completano la decorazione. Sulla parte che può dirsi anteriore è o stemma della famiglia Ricci, di Trevi, già ricordato e descritto (2). ciò dimostra che la pila fu eseguita a spese di quei benemeriti cittadini. La parte inferiore della tazza è molto elegantemente baccellata.

    La finezza e lo squisito gusto che si rivelano in questa pur minuscola opera d’arte in tutti i suoi particolari, dava a chiunque l’esaminasse la sensazione di trovarsi dinanzi ad un lavoro di artista non comune e certamente di ottima scuola. Onde vivissimo il desiderio di conoscerne l’autore. Toccò a me la piccola fortuna di trovare l’originale del contratto col quale lo «scarpellino» maestro Giovanni da Carrara assumeva l’obbligo di eseguire la pila per la nostra chiesa. Il documento è nell’Archivio di S. Pietro in Vincoli a Roma. E lo trascrivo per iutiero in Appendice, sembrandomi di non trascurabile interesse, anche perchéda quest’atto veniamo a conoscere qualche cosa intorno all’artista toscano, del quale, fin qui, poco o nulla si sapeva (3).

    Il contratto porta la data del 9 Febbraio 1510. Da esso risulta che lo scalpellino s’impegna di eseguire una pila di marmo per l’acqua benedetta. E la pila doveva essere simile a quella che allora esisteva nella chiesa di S. Maria della Pace, in Roma; ma alquanto più grande. Non è detto se quest’altra pila, che doveva servire da modello, fosse stata eseguita dallo stesso Giovanni da Carrara, o da altro artista.

    Il prezzo convenuto fu di 10 «ducati d’oro larghi»(4). Il lavoro

    ________________________

    (1) Il delfino, nell’arte cristiana primitiva, era imagine del Salvatore. (Cfr. G.B. De Rossi, in: Bollettino d’archeologia cristiana – 1870, pag. 61, 88).

    (2) Cfr. sopra pag. 157.

    (3) Vedi Appendice. Documento N. 10.

    (4) Il «ducato largo» era cosìdetto perchédi diametro maggiore degli altri «ducati»; ma era anche più sottile, per impedire che altri lo rimettesse sotto il torchio, per una nuova coniatura. Fu la Repubblica di Firenze che nel 1422 batté per prima «Fiorini d’oro più grandi dei ducati veneti» e perciò furono detti «Fiorini larghi». Il «Ducato largho» valeva 23 «bolognini» di più del «ducato stretto». (Cfr. Edoardo Martinori, La moneta. Roma, 1915, pag. 131).

    <276> doveva essere terminato per la Domenica delle Palme successiva, la quale cadeva il 24 Marzo. Si vede che il nostro artista era abbastanza sollecito a lavorare.

    La consegna della pila compiuta avvenne, molto puntualmente, nel termine stabilito. E il 6 Aprile successivo il Giovanni da Carrara rilasciava quietanza finale pei 10 «ducati» pattuiti; computati quattro che gli erano stati pagati all’atto della stipulazione del contratto, come caparra e principio di pagamento, quando il preposto delle «Lagrime», D. Paolo da Bergamo, gli aveva affidato l’ incarico di quel lavoro.

    * * *

    Da questo contratto — insieme alle altre interessanti notizie — si deduce che la pila doveva avere anche la sua base. Furono, infatti, pagati allo scarpellino anche 3 «carlini» e 3 «bajocchi» spesi per i ferri e per il piombo, che dovevano certamente servire a tenere unita la pila alla sua base, che però non giunse a Trevi; onde la pila fu collocata alla meglio, internandola per metà nella parete, come dissi.

    Qualunque possibile dubbio su questi dati sarebbe stato facilmente eliminato, se nella chiesa di S. Maria della Pace in Roma esistesse tuttora l’altra pila che doveva servire di modello a questa di Trevi, come detto nel contratto. Ma, disgraziatamente, in quella chiesa nessuna traccia e nessuna notizia mi è stato possibile trovare intorno a quell’opera d’arte. I rifacimenti e le modificazioni che ha subito la chiesa della Pace in diverse epoche e specialmente al tempo di Alessandro VII, hanno fatto sparire questa, come altre opere che adornavano quella chiesa, pur nondimeno ancora cosi ricca di tante bellezze.

    Di Giovanni da Carrara inutilmente si ricercherebbero notizie nel Càmpori (1) e nel Bertolotti (2), i più diligenti raccoglitori di memorie del genere. Di un Giovanni da Carrara fa menzione il Ridolfi (3), e ci fa sapere che quello scultore nel 1478, insieme ad Andrea da Carrara, collaudava un tabernacolo di Matteo Ci vitali, in S. Maria del Palazzo a Lucca; e nel 1499 lavorava con Antonio da Carrara e soci (4) agli stalli del duomo di Pisa, ora scomparsi.

    (1)

    Campori G

    .

    Memorie e biografie degli scultori, architetti, pittori ecc: nativi di Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa.

    Modena, Vincenzi, 1873.

    (2) A. Bertolotti. Artisti toscani in Roma. Mantova 1885.

    (3) Ridolfi A. Guida di Lucca, ivi, 1882, pag. 318, 320.

    (4) Thieme Ulrich und Fred. C. Willis. Allegemein lexicon der Bildenen Kunstler. Vol. XIV. Lipsia, 1921, pag. 113.

    <277>

    Se questo stesso Giovanni è l’autore della nostra pila, ci si offre un documento di più — oltre alla finezza del lavoro che abbiamo sott’occhio — per persuaderci che esso fu artista di valore non comune, se a lui veniva affidato l’incarico di collaudare un’opera di Matteo Civitali, che fu uno dei più delicati scultori ed ornatisti del ‘400.

    Fino ad oggi non mi è stato possibile trovare altri particolari intorno a questo scultore carrarese, di cui sarebbe certamente utile rintracciare le opere.

    A complemento delle notizie storiche relative alla pila, aggiungo che essa fu portata a Trevi nel 1511, ed anche la spesa del trasporto — che fu di 3 «fiorini» — fu sostenuta dal benemerito cittadino trevano Piercostanzo Ricci (1).

    Natalucci D.

    Ms. cit

    . pag. 234

    Ritorna alla pagina

    Chiesa delle Lacrime

    089

  • La chiesa delle Lagrime (267), di T.Valenti

    La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime

    XVIII I MONUMENTI SEPOLCRALI

    7°). MONUMENTO DI SUBREZIA LUCARINI VALENTI. *

    (Tommaso Valenti, La chiesa monumentale della Madonna delle Lagrime, Roma, Desclée, 1928 – pagg. da 267 a 269)

    [ I numeri in grassetto tra parentesi acute < > indicano le pagine del volume originale. Le parole divise a fine pagina sono trascritte interamente nella pagina in cui iniziano]

    <267>

    Presso al grave e solenne monumento dell’ inesorabile persecutore dei delinquenti e spietato sterminatore dei briganti, l’animo e l’occhio del visitatore si affisano con desiderata dolcezza sul piccolo, ma elegante monumento, (m. 2,90 X 5,50 comprese le pitture) che ricorda una gentildonna mite e virtuosa (N. 18 della pianta e Fig. 51).

    Alla memoria di Subrezia Lucarini, il marito Fausto Valenti volle con affettuoso rimpianto, dedicata questa gentile opera d’arte, che è — per dir così — il più «umano» tra tutti monumenti funebri di questa Chiesa,.

    Chi entra in essa non può a meno di soffermarsi dinanzi a questa effigie di donna, che nel volto semplice e sorridente porta impresse la bontà e la mitezza dell’animo. E chi lo guarda si persuade che veramente sincero dovette essere lo sposo desolato, quando sulla tomba della sua diletta faceva incidere queste toccanti parole:

    MEMORIAE CONIUGALI
    SUBRETIAE LUCARINAE UXSORI KARISSIMAE ET
    FRUGI FAUSTUS VALENS BENEDICTI F. POSUIT
    DE QUA DOLUITI NIHIL NISI MORS EIUS. VIXIT AN.
    XXXII. MENS. IV. D. VI. OBIIT XVII. KAL. SEPTEM. MDLXII (1).

    Da lei, il marito non ebbe altro dolore che quello di vederla morire. L’idea e le parole sono antiche. Il coniuge rimasto solo e dolente non sa trovare frase pi� efficace. Nelle iscrizioni funerarie

    ________________________

    (1) Alla memoria coniugale — A Subrezia Lucarini, moglie carissima e buona, Fausto Valenti, figlio di Benedetto, pose — Di lei nulla gli dispiacque se non la morte — Visse ,32 anni, 4 mesi, 6 giorni — Morì il 19 Agosto 1562.

    * Il bellissimo busto, a seguito di un fantasioso tentativo di furto nel 2011 fu trasportato nel locale museo di S. Francesco <268> romane — sia pagane, che cristiane — era tanto comune questa espressione di supremo dolore e di accorato rimpianto, che alle volte, era espressa anche con alcune iniziali così:

    DE. QUA. N. D. A. N. MOR.

    (de qua nullum dolorem accepit nisi mortis).

    E in alcune troviamo le precise parole della iscrizione di questo monumento:

    DE QUA DOLUIT NIHIL NISI MORS EIUS (1)

    Questa parrebbe una frase retorica: ma non lo è; è piuttosto un grido del cuore. Prova ne sia che la frase sopravvisse nei secoli; sicché anche ora la vediamo ripetuta in epigrafi funebri.

    * * *

    Il monumento in pietra dell’appennino, è sobrio ma elegante e di una semplicità che attrae. Sullo zoccolo è collocata l’iscrizione; sopra di questa, tra due coppie di lesene, è in ovale il semibusto della defunta, scolpito in finissimo marmo bianco, al quale il tempo ha conferito una patina come d’avorio (Fig. 52). La testa, ben modellata, è ricoperta da un manto di cui le pieghe, nella loro semplicità, sono trattate con maestrìa, a decorazione e complemento della figura, nella quale l’espressione dolcissima colpisce profondamente.

    Sopra l’ovale, una conchiglia, modellata ed eseguita con toscana eleganza. Il piccolo monumento si chiude con una cimasa arcuata. Sopra di essa lo stemma, risultante dall’unione delle armi Valenti e Lucarini congiunte nello scudo partito.

    Notevole il fatto che il gentile ricordo funebre è collocato a così poca altezza da terra, che il visitatore viene quasi a trovarsi faccia a faccia con la immagine della defunta. Circostanza questa che richiama ancora di più l’attenzione sulla pregevole opera d’arte.

    A questo, come agli altri monumenti vicini, si volle — e mi permetto di non approvarne né l’idea, né l’esecuzione — accrescere solennità ed importanza contornandolo di pitture barocche. Due Sibille fiancheggiano ledicola ed altre due sono al di sopra di questa, al riparo di un panneggio sorretto da putti. Una figura del Redentore,

    (1) Fabretti R. Inscriptionum antiquarum etc. – Roma, Ercoli, 1699, pag. 275.

    <269> con altri tre putti, è in cima alla farraginosa pittura, che si può senza timore di sbagliare — anche per la poca importanza artistica — attribuire ad uno dei già nominati Angelucci. E non mi sembra improbabile che la pittura sia di parecchi anni posteriore alla esecuzione del monumento.

    Della gentildonna qui sepolta non abbiamo notizie particolari. Sappiamo soltanto che era figlia di Prospero Lucarini e di Ersilia N. N. Morto il padre, la madre si fece monaca. La Subrezia ebbe due sorelle: Lorenza che fu moglie di Monte Valenti e Lucrezia che sposò un Petrelli di Trevi. Appartenne alla benemerita famiglia dei Lucarini, che diede alla patria uomini illustri e benefici; tanto che fiorisce ancora in Trevi un collegio di giovani fondato da un Virgilio Lucarini.

    Ritorna alla pagina Chiesa delle Lacrime

    088

  • Sensi: Storia della Famiglia Valenti

    Comune di Trevi – Sistema Museo

    I Venerdì della Storia Trevana Dall’Ottocento al Novecento – Marzo – Giugno 2019
    Venerdì 1 Marzo 2019 Ore 17
    Sala dello Spagna

    La Storia della Famiglia Valenti

    Relatore prof. Luigi Sensi

    Ritorna alla

    Ritorna alla pagina

    EVENTI

    APPUNTAMENTI

  • Festa patronale di S. Emiliano 2019

    PERINSIGNE COLLEGIATA DI S. EMILIANO IN TREVI

    FESTA DI SANT’ EMILIANO 2019

    Vescovo e martire

    PATRONO DELLA CITTÀ E DEL COMUNE DI TREVI

    GIOVEDÌ 24 GENNAIO
    Ore 12.30 Solenne Esposizione della statua di S. Emiliano TRIDUO DI PREPARAZIONE – DUOMO S. EMILIANO A TREVI
    GIOVEDÌ 24 GENNAIO Ore 18 S. MESSA
    Animeranno la liturgia le Comunità dì Borgo Trevi, Cannaiola, Picciche e S. Lorenzo,
    VENERDÌ 25 GENNAIO
    Ore 16 ADORAZIONE EUCARISTICA E CONFESSIONI SACRAMENTALI Ore 18 S. MESSA
    Animeranno la liturgia le Comunità di Matigge, S. Maria in Valle, Manciano e Casco dell’Acqua. SABATO 26 GENNAIO
    Ore 18 S. MESSA PREFESTIVA
    Animeranno la liturgia le Comunità di Trevi, Bovara, La Pigge e Coste.
    DOMENICA 27 GENNAIO
    Ore 15 presso la “Casa della Gioventù ” giochi per bambini e ragazzi
    Ore 17.30 S. MESSA DOMENICALE
    Ore 18.30 STORICA PROCESSIONE DELL’ILLUMINATA
    LA CITTADINANZA È INVITATA AD ADDOBBARE E ILLUMINARE IL PERCORSO
    – Al termine presso la “Casa della Gioventù ” momento di festa insieme –
    LUNEDÌ 28 GENNAIO
    Ore 11 S. MESSA PONTIFICALE Presiede: S. E. Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo dì Spoleto – Norcia
    Offerta dell’olio, per la lampada votiva al Santo Patrono da parte del Comune di Trevi. Servizio liturgico – musicale a cura dei cori delle Parrocchie nel Comune di Trevi
    Ore 18 S. MESSA
    Benedizione e distribuzione dei ramoscelli d’ulivo in onore di S. Emiliano e lettura della “PASSIO SANCTI MLIANI MARTIRIS” a cura dei ragazzi dell’oratorio.
    SABATO 2 FEBBRAIO
    Ore 17 S. MESSA DELLA CANDELORA (Riposizione della Statua)

    Ritorna alla

    Ritorna alla pagina

    EVENTI

    APPUNTAMENTI

  • Presepi per le strade 2018

    Presepi per le strade 2018

    A Trevi da oltre 20 anni si allestiscono spontaneamente presepi di diverse dimensioni in vetrine, cantine, ingressi o finestre, tutti comunque visibili dalla strada.

    L’iniziativa, nata timidamente in ambito parrocchiale, ha avuto subito numerose adesioni, tanto che attualmente, nel periodo natalizio, si possono ammirare decine di presepi “aperti” lungo i suggestivi vicoli del centro storico e della Piaggia.

    Il principio ispiratore di tale manifestazione è stata una rilettura più ampia dello spirito del Natale, che riporta ai veri motivi per cui Francesco d’Assisi realizzò per la prima volta la sacra rappresentazione: il presepio rivolto all’esterno vuole essere un segno di gioioso annuncio ai passanti e di sincero e più profondo augurio.

    Per poter esporre più presepi, specialmente quelli realizzati dalle varie classi delle scuole e da coloro che non hanno un affaccio sulla strada, fin dal 2007, una trentina di presepi vengono esposti nella suggestiva chiesa di S. Francesco.

    Nel programma dei “Presepi per le strade” da qualche anno si è aggiunta l’opera appassionata dell’Associazione

    Vo.La. Trevi,

    nata con lo scopo di offrire alla città un “tocco in più” ad ogni manifestazione, avvalendosi della laboriosa opera manuale e all’indiscusso senso estetico delle signore che ne fanno parte. Nel periodo natalizio Vo.La. Trevi allestisce presepi dal fascino unico.

    “I presepi si possono suddividere in due categorie:
    NATIVITÀ NELL’ARTE: L’obiettivo è rappresentare e far coonoscere alcune Natività di pittori famosi, di cui alcune presenti nel nostro Territorio, con una ricostruzione a scala naturale utilizzando manichini, costumi dell’epoca e fondali dipinti che riproducono lo sfondo dell’opera originale. Ogni anno il repertorio si arricchisce di almeno un nuovo allestimento.
    LA NOSTRA NATIVITÀ: è laa rappresentazione della Natività in un’ambientazione locale e in una collocazione temporale non tradizionale, con riferimento anche a fatti delle realtà attuale. L’obiettivo è far conoscere aspetti paesagistici e presenze storico artistiche del territorio, poco noti, ma altamente significativi per la storia locale” (Vo.La.)

    1- Piazza Garibaldi

    La “Nostra Natività” in un vecchio lavatoio sul Clitunno a Borgo Trevi temporalmente collocata ai nostri giorni.

    (Assoc. Vo.La.).

    v. Pagina propria

    2-Via Orto degli Spiriti (Laura Politi)

    3- Parco di

    Villa Fabbri

    grande presepe con figure in PS espanso della ditta Bazzica

    4 -Via Lucarini (Farmacia Checcarelli Petrucci)

    5-Via Zappelli (Quelli che …

    è festa tutto l’anno

    !)

    6 – Chiesa di S. Giovanni (Parrocchia S. Emiliano)

    7 – Piazza Mazzini (Il Bartoccio)

    8 -Via Salara (Lucio Ottavi)

    8b – Via Salara

    9-Via Dogali

    La “Nostra Natività” davanti al convento di S. Martino recentemente abbandonato dai frati ivi dopo una custodia di secoli

    10 -Via Dogali

    La “Nostra Natività” ambientata tra i ruderi di Santo Stefano di Manciano, luogo ricco di suggestione, sebbene poco conosciuto.

    11- Via Dogali (Amalia Cecchini)

    12 – Via Dogali

    Presepe storico di ambientazione palestinese in un locale tra manufatti e roccia viva.

    13 – Via Dogali/Vicolo Lungo

    Natività nell’arte. Riproduzione dell’

    Adorazione dei Magi

    del Perugino nella chiesa della Madonna delle Lagrime.

    14- Via Riccardi (Taverna del Castello)

    Natività nell’ Arte: Riproduzione dell’

    di Giotto

    15a -Chiesa di S. Emiliano, part

    Ricostruzione puntuale di paesaggi palestinesi ove è nato e ha operato Gesù.

    Grande opera didattica dei ragazzi del catechismo.

    15b – Chiesa di Sant’Emiliano, part.

    16 – Vicolo San Filippo

    17 – Vicolo Oscuro

    18 – Via della Rocca

    19 -Via Carlo Amici

    Natività nell’ Arte: presepe ispirato alla Natività di Giotto della Basilica inferiore di San Francesco in Assisi –

    Associazione

    20 -Via Carlo Amici

    Natività nell’ Arte

    : presepe ispirato ad un particolare della Natività di Giotto della Cappella degli Scrovegni a Padova –

    21 – Via S. Francesco (Civico 5)

    22 – Via S. Francesco (Paola Meloni)

    23 – Chiesa di S. Francesco

    20 presepi

    24 – Via S. Francesco (Emma Eleuteri)

    25 – Via S. Francesco (Fam .Lombardi)

    26 – Via dell’Orticaro (Chiara Spellani)

    27 – Via dell’Orticaro (Chiara Spellani)

    30 – Via Ombrosa (in memoria di nonno Carlo )

    33- Via dei Setaioli (Mariella Zenobui)

    34- Via dei Setaioli (Franco Spellani)

    36 – Via Cavour (Giorgio Zappelli)

    37 – Via Cavour (Maria Teresa Argenti)

    38 – Via Cavour (Aldo Betori)

    39 – Via della Fonderia (Augusta Chianella)

    40a – Via Montebello (Ugo Fantauzzi)

    40b – Via Montebello (Ugo Fantauzzi)

    41 – Via della Piaggia (Mauro Vitali)

    41b – Via della Piaggia (Mauro Vitali)

    42 – Via della Piaggia (Roberta Tabarrini)

    42p – Via della Piaggia (Roberta Tabarrini)

    43 – Via del Priorato (Nicole Mohamed)

    44 – Via del Priorato (Pietro Pioli)

    Ritorna alla Ritorna alla pagina PRESEPI

  • Concerto capodanno 2019

    Associazione Pro Trevi Comune di Trevi A. GI. MUS. Perugia

    Concerto di Capodanno

    Orchestra da Camera Giovanile
    dell’A.Gi.Mus. di Perugia”Valentino Bucchi”
    Tromba
    Vincenzo Pierotti Direttore
    Salvatore Silivestro
    Martedì 1 gennaio 2019 ore 17.30
    Trevi – Teatro Clitunno
    Ingresso libero

    Programma

    G.Miller Moonlight Serenade F.Lai Love Story E.Morricone Il segreto del Sahara L’estasi dell’Oro (Il buono, il brutto, il cattvo) M.Hatzidakis The Never on Sunday N.Rota Il Padrino — Cristiano Bellavia, violoncello M.Jarre Lawrence d’Arabia E.Piazzolla Oblivion — Federico Galieni, violino Beatles Beatles suite (Michelle – Yesterday- The sound of silence (Oblady Oblada)

    Invito alla danza

    F.Lehàr Oro e argento – Valzer

    J.Strauss An der schönen blauen Donau – Valzer

    Radeztky Marc

    h

    Salvatore Silivestro

    , ha compiuto gli studi di Composizione con Valentino Bucchi, Luciano Chailly e Roman Vlad diplomandosi brillantemente in Compo­sizione, Musica Corale e Direzione di Coro presso il Conservatorio “F. Morlac­chi” di Perugia ed in Direzione d’Orchestra al Conservatorio “G.B. Martini“di Bologna. All’Università degli Studi di Perugia si è laureato in Lettere. Ha frequentato i corsi di direzione d’Orchestra all’Accademia Chigiana di Siena con l’illustre Maestro Franco Ferrara.

    Dopo i primi anni di esperienza professionale come direttore di Coro in Umbria, in Emilia ed in teatro, ha intensificato la propria attività nella direzione d’orchestra specializzandosi nel repertorio operistico e sinfonico – vocale.

    Alla fine degli Settanta, invitato dal Maestro Francesco Siciliani, ha iniziato la collaborazione con la Sagra Musicale Umbra,che lo ha visto impegnato per quasi dieci anni nella ricerca e nella direzione del repertorio corale e strumentale romantico (“Romanticismo corale tedesco”è il titolo di una musicassetta prodotta dalla Sagra a metà degli anni Ottanta dedicata a opere poco note di Schu­bert,Schumann e Brahms) e successivamente nella direzione di prime riprese moderne di grandi oratori soprattutto del Settecento napoletano alla giuda dei complessi corali e strumentali umbri.:Stabat Mater di Traetta e di Caldara,la Passione di Paisiello, Miserere n.2 in do min.di Pergolesi. Nel settembre 1998 fu invitato dalla Sagra Musicale ha dirigere nella Cattedrale S.Lorenzo di Perugia la prestigiosi complessi solisti, sinfonico e corali della Filarmonica Slovacca di Bratislava nel grande oratorio “La Resurrezione di Cristo”di Lorenzo Perosi.L’esecuzione fu accolta da unanimi consensi da parte di tutta la critica nazionale.

    Nel settembre del 2000, sempre nell’ambito della Sagra Musicale Umbra,ha diretto nella Basilica Superiore di Assisi dello stesso compositore “La Resurre­zione di Lazzaro” alla guida dell’Orchestra Filarmonica rumena di Timisoara e di un coro lirico umbro.Di quest’oratorio è stato prodotto per la prima volta il CD dalla Sagra Musicale Umbra.

    Contemporaneamente alla collaborazione con il Maestro Siciliani inizia quella con gli Amici della Musica di Perugia che dalla fine 1978 lo ha visto presente in innumerevoli prestigiose stagioni concertistiche alla guida dei complessi vocali-strumentali umbri invitato dall’indimenticabile donna Alba Buitoni, fondatrice dell’illustre Associazione perugina.

    Salvatore Silivestro è stato uno dei primi a riproporre al pubblico italiano le opere vocali e corali scritte da Mozart nel periodo di militanza nella Loggia massonica di Vienna,tra cui vanno segnalati i grandi affreschi corali e strumen­tali: “Dir Seele des Weltalls”,imponente cantata – le musiche funebri “Maurerische Trauermusik “e“Grabmusik”, ed il “Thamos” (musiche di scena per Soli,Coro e Orchestra ), eseguito in forma scenografica con i solisti della Staats­Oper di Vienna, il 5 dicembre 1991 nel giorno stesso del bicentenario della morte oltre ad innumerevoli musiche scritte per i vari momenti del rituale mas­sonico.

    Ha diretto Orchestre Sinfoniche e da Camera di molte città italiane ed europee.

    E’ stato direttore d’opera in molti teatri della Repubblica Ceca e della Slovacchia. Ha al suo attivo un vastissimo repertorio corale,cameristico,sinfonico e operistico che spazia dal Barocco fino al Novecento con particolare attenzione per il Romanticismo e l’Opera italiana.

    Alla attività di direttore unisce quella di compositore ed arrangiatore. E’docente presso il Conservatorio “F.Morlacchi”di Perugia.

    Vincenzo Pierotti nasce a Gubbio (Perugia) il 05/04/1983. Si diploma in tromba nel 2004 al conservatorio di Perugia. Nel 2006 riceve il premio come “Giovane Talento Italiano” dal Rotary Club di San Miniato. Nel 2009 riceve la Menzione d’Onore al ” II concorso nazionale di tromba Sandro Verzari”. Riceve le idoneità per le orchestre: Arena di Verona, Accademia Santa Cecilia, Teatro Dell’Opera di Roma, Arts Accademy di Roma, La Verdi di Milano e la Sinfonica Abruzzese. Collabora con le orchestre: Accademia Santa Cecilia, I Pomeriggi Musicali di Milano, Arena di Verona, La Fenice di Venezia, La Rai di Torino, la Sinfonica Abruzzese, il Teatro dell’Opera di Roma, il Teatro Regio di Parma e La Verdi di Milano. Dal 3 dicembre 2012 ricopre il posto di IV tromba presso la Banda della Polizia di Stato.

    Z

    Ritorna alla

    Ritorna alla pagina

    Natale 2018

    EVENTI

    APPUNTAMENTI

  • Presepi per le strade 2018

    Presepi per le strade 2018

    18- Via della Rocca (Assoc. Vo.La.)

    191

    Ritorna alla Ritorna allapagian PRESEPI 2018