Autore: Franco Spellani

  • Marco Bernacchia – Portable tree

    Trevi Flash Art Museum

    of contemporary art

    Vetrina internazionale della giovane arte

    Marco Bernacchia Portable tree

    22 gennaio – 19 febbraio 2006

    Inaugurazione: sabato 21 gennaio 2006 dalle ore 18

    Orario:dalle 15:00 alle 19:00. Lunedì chiuso.

    Date: 22 gennaio 2006 – 12 febbraio 2006

    Sede espositiva: piazza Mazzini 4, Trevi (PG)

    Ideazione e coordinamento: Maurizio Coccia

    Curatela: Matilde Martinetti e Mara Predicatori

    Secondo appuntamento per GINNASIO PROJECT WINDOW Vetrina internazionale della giovane arte, la rassegna d’arte contemporanea che vede alternarsi mensilmente per tutto il 2006, nel nuovo spazio espositivo di Piazza Mazzini a Trevi (PG), una serie di mostre personali. L’iniziativa, voluta dal Comune di Trevi e affidata alla cura del Trevi Flash Art Museum, prosegue così dopo il successo della mostra di Fabrizio Segaricci, con l’installazione di Marco Bernacchia (Senigallia, 1979). Un albero “smontabile” costituito da tronchi e rami assemblati con placche metalliche, è infatti visibile a partire da sabato 21 gennaio alle ore 18:00 dalla vetrina che si affaccia sulla piazza principale del paese. A richiamare la curiosità degli spettatori, oltre la presenza del grande albero nel contesto espositivo, c’è un sistema di luci e audio articolato che esalta la qualità artificiosa del manufatto.

    Trevi, Flash Art Museum - Marco Bernacchia 2006

    Un lavoro, in sintesi, che attraverso il linguaggio metaforico dell’arte, porta a riflettere sui limiti sempre più incerti tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale. Ma che soprattutto, rispettando la logica del progetto ideato da Maurizio Coccia, ridefinisce lo spazio in cui si colloca dialogando con il centro storico del paese attraverso il linguaggio della contemporaneità.

    Curata da Matilde Martinetti e Mara Predicatori, la mostra è anche un esempio di come, sotto l’egida della cultura, entità differenti possono cooperare e rafforzarsi vicendevolmente per erigere un patrimonio di nuove esperienze e produrre innovazione. L’esposizione, infatti, si fregia del sostegno dell’azienda Grifo Latte, dell’impegno e della promozione dell’amministrazione Comunale di Trevi, e della collaudata esperienza nell’ambito della promozione culturale del Trevi Flash Art Museum. Un intreccio di competenze e possibilità per rivolgere uno sguardo attento al presente, creando uno spazio di promozione culturale inedito e sperimentale.

    La mostra è stata inaugurata con una performance sonora live a cura dell’artista, alle 17,30, nella pizza principale di Trevi.

    E’ così che ha avuto avvio, alla presenza di Giuliano Nalli, Sindaco di Trevi, di Valentino Brizi, Assessore alla Cultura, e di Franco Belli, Assessore all’Istruzione, il secondo episodio di GINNASIO PROJECT WINDOW, la rassegna d’arte contemporanea che vede alternarsi per tutto il 2006, nel nuovo spazio espositivo di piazza Mazzini a Trevi (PG), una serie di mostre personali di giovani artisti. Tra suoni sintetici e “naturali”, lo scoccodellare di alcune galline è stato di certo il richiamo più forte per il pubblico a visitare e osservare la “vetrina internazionale della giovane arte” voluta dal Comune di Trevi e affidata alla cura del Trevi Flash Art Museum. Ma se l’inedito richiamo sonoro ha favorito l’affollarsi di fronte alla vetrina dei visitatori convenuti e della popolazione locale, certo è la suggestine delle opere artistiche visive dell’artista marchigiano Marco Bernacchia, classe 1979, che ha trattenuto e incantato gli spettatori per la loro struggente forza poetica e la capacità di problematicizzare la realtà. La mostra, distribuita su due stanze, offre un nutrito campionario di opere. Nella prima sala, visibile anche dall’esterno, domina l’installazione “The Portable Tree” (2005), un grande albero scomponibile di cerro tenuto insieme da giunture di metallo che ne trattengono insieme le parti secondo l’arbitrio dell’artista. Il sonoro che accompagna l’installazione, realizzato in diretta durante la performance e da oggi udibile in registrazione, ripropone a livello uditivo il rumore della sega che taglia, del martello e dei ganci che uniscono, del pollaio ove presumibilmente è stata realizzata l’operazione di scomposizione e ricomposizione dell’albero. Un’opera che induce a riflettere sul rapporto sempre più incerto nella contemporaneità tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale e che porta ad “una partecipazione critica e consapevole” sulla realtà, come spiega nel testo di presentazione della mostra Matilde Martinetti, curatrice dell’esposizione insieme a Mara Predicatori. Nella stanza sul retro, una selezione di alcune opere prodotte tra il 2005 e 2006, rende conto della versatilità e poliedricità dell’artista. Sculturine in rete metallica, pittura, teche contenenti paesaggi tra il reale e il trasognato, e lavori di stampo più concettuale, evidenziano le grandi potenzialità del giovane artista la cui mostra è stata resa possibile dall’azione combinata dell’amministrazione comunale di Trevi, del Trevi Flash Art Museum e dell’azienda Grifo Latte. L’intreccio di competenze e risorse offerto dalle due istituzioni e dall’azienda è stato promosso e ideato dal coordinatore dell’iniziativa Maurizio Coccia, il cui intento è quello di sviluppare uno spazio di promozione culturale inedito e sperimentale per rivolgere uno sguardo attento e aggiornato sul presente. La mostra è visibile tutti i giorni dalla grande vetrina di Piazza Mazzini di Trevi, e accessibile dal martedì alla domenica dalle ore 15:00 alle 19:00 fino al 19 febbraio 2006, quando sarà smantellata per ospitare un’altra originale ed inedita esposizione di un giovane artista emergente.

    INFO:

    Trevi Flash Art Museum Of International Contemporary Art
    Palazzo Lucarini
    06039 Trevi, Italy
    tel. +39 0742/381021
    fax +39 0742/386956
    e-mail: tfam@flashartonline.com

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    061

  • Ginnasio Project Window – mostra

    Trevi Flash Art Museum

    of International Contemporary Art

    18 dicembre 2005 – 8 gennaio 2006

    piazza Mazzini 4, Trevi (PG)

    G I N N A S I O P R O J E C T W I N D O W

    Vetrina internazionale della giovane arte

    Inaugurazione: domenica 18 dicembre 2005, ore 16

    Orario: dal martedì alla domenica, dalle 15 alle 19. Lunedì chiuso.

    Ideazione e coordinamento: Maurizio Coccia

    Curatela: Matilde Martinetti e Mara Predicatori

    Artista: Fabrizio Segaricci

    Trevi, Flash Art Museum -

    GINNASIO PROJECT WINDOW Vetrina internazionale della giovane arte è una rassegna d’arte contemporanea composta da una serie di mostre personali, che si alterneranno mensilmente per tutto il 2006. Il progetto, ideato in collaborazione con il Comune di Trevi, rivolge uno sguardo attento al presente, creando uno spazio di promozione culturale inedito e sperimentale. La sede dell’evento infatti, è ricavata da un vecchio negozio riadattato per l’occasione, la cui vetrina si apre sulla centralissima piazza Mazzini. Oltretutto, la sua collocazione in un contesto storico, ne fa un luogo simbolico che rappresenta al meglio la politica culturale del Comune di Trevi, indirizzata a coniugare l’attualità con la tradizione. La vetrina, rendendo costantemente visibili dall’esterno le mostre, avrà la duplice valenza di attivare sia la curiosità della cittadinanza, sia quella di visitatori casuali. Infine, i lavori esposti, confrontandosi con le suggestioni dello spazio, lo modificheranno interpretandolo di volta in volta, attribuendogli un valore aggiunto, “ambientale”, in grado di arricchire la pluralità dei linguaggi artistici mediante un nuovo coefficiente, di ordine atmosferico.

    Quella di Fabrizio Segaricci (Magione PG, 1968) è la mostra chiamata ad inaugurare GINNASIO PROJECT WINDOW. Come scrive Mara Predicatori nel testo di presentazione alla mostra: « Abbandonata momentaneamente la pittura, nelle sue ultime opere Fabrizio Segaricci si rivolge al video, alla foto digitale, al disegno. Soldatini di plastica, biglie in plastilina, una piccola macchina a molla sono i protagonisti di questi nuovi lavori. Si tratta di giochi comuni che solleticano le corde di una memoria personale, intima e melanconica. Ma dietro le storie minime che questi ninnoli sembrano evocare, trapela una forte carica concettuale, intrisa di umori sociali e questioni storiche. Segaricci, infatti, mediante calibrati giochi di colore, ritmo e sequenze, lascia che sia la silenziosa eloquenza della forma a dichiarare le aberrazioni del presente. E su questa alchimia che trasforma il gioco in impegno, il privato in pubblico, l’arte arriva a conciliare le due anime contraddittorie della nostra epoca: quella intorpidita da un individualismo imperante e quella invece consapevole del proliferare di questioni “globali”».

    Il progetto, ideato da Maurizio Coccia in collaborazione con il Comune di Trevi ed a cura di Matilde Martinetti e Mara Predicatori, sarà visibile fino all’8 gennaio 2006.

    INFO:

    Trevi Flash Art Museum Of International Contemporary Art
    Palazzo Lucarini
    06039 Trevi, Italy
    tel. +39 0742/381021
    fax +39 0742/386956
    e-mail: tfam@flashartonline.com

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    05Z

  • Normal Group 1979-81 – mostra

    NORMAL Group (1979-1981)

    A cura di Luca Beatrice

    TREVI FLASH ART MUSEUM, Trevi (PG)

    11 dicembre 2005 – 8 gennaio 2006

    Inaugurazione: domenica 11 dicembre 2005 dalle ore 12

    La mostra NORMAL Group (1979-1981) rappresenta la prima vera retrospettiva sul movimento, nato a Düsseldorf nel 1979, e presenta una ricchissima selezione di opere storiche del gruppo Normal e dei suoi fondatori, i cechi Milan Kunc e Jan Knap e il tedesco Peter Angermann.

    Il gruppo Normal (1979-1981) nasce nel 1979, lo stesso anno della Transavanguardia italiana e dei Neue Wilden in Germania. Kunc, Knap e Angermann operano in seno al ritorno alla pittura in maniera ironica e leggera. Le loro tele, prodotte a più mani o individualmente, comunque firmate a nome del gruppo, sono universi esotici o metropolitani, sgargianti e carichi di icone riconoscibili, che affondano la propria forza comunicativa nella facilità di confrontarsi con il pubblico, lontano da vezzi intellettualistici e interessati piuttosto a rinnovare e ritrovare il concetto di Bellezza.

    Trevi, Flash Art Museum -

    Fu Milan Kunc a scegliere come compagni di avventura il tedesco Peter Angermann e Jan Knap, ceco come lui: questi tre pittori, che si erano conosciuti durante gli anni di studi accademici a Düsseldorf, docenti Joseph Beuys e Gerhard Richter, avevano in comune soprattutto “l’avversione per le tendenze intellettuali e minimali con le quali i loro compagni li ossessionavano”.

    Nel 1980 il gruppo Normal realizza una delle opere più famose al Times Square Show, altre azioni di pittura saranno poi eseguite alla Biennale di Parigi e in Germania. Simili a grandi cartelloni pubblicitari, i loro dipinti presentano uno stile narrativo e straordinariamente ironico: dalle storie dell’Antico Testamento alle cronache di attualità, dalle fiabe per bambini fino alla rilettura di un socialismo stravolto dal libero mercato.

    Oltre a una ricchissima selezione delle opere del gruppo Normal, la mostra include anche opere recenti di Milan Kunc, Jan Knap e Peter Angermann.

    La mostra, a cura di Luca Beatrice e presentata per la prima volta a Praga in occasione della Prague Biennale 2 (26 maggio – 15 settembre 2005), sarà ospitata dal Trevi Flash Art Museum dal 11 dicembre 2005 all’8 gennaio 2006. Dal 14 gennaio la retrospettiva NORMAL Group si sposterà al MACI, Museo d’arte contemporanea della provincia di Isernia.

    Il catalogo della mostra, ricco di immagini a colori, con testi critici e interviste agli autori in italiano e in inglese, è edito dalla Giancarlo Politi Editore e sarà disponibile il giorno dell’inaugurazione.

    INFO:

    Trevi Flash Art Museum Of International Contemporary Art
    Palazzo Lucarini
    06039 Trevi, Italy
    tel. +39 0742/381021
    fax +39 0742/386956
    e-mail: tfam@flashartonline.com

    MACI
    Museo Arte Contemporanea Isernia

    Palazzo della Provincia Via Berta
    86170 Isernia Italia
    tel. +39 0865-441471 info@artemaci.it

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    05Z

  • Marco Scotini- Migrazioni e globalizzazione

    Il Grande Teatro del Mediterraneo Atto primo: differenti visioni

    Conferenza all’interno della manifestazione

    Marco Scotini:

    “Migrazioni, pratiche artistiche e globalizzazione”

    sabato 22 ottobre, ore 17:00

    Teatro Clitunno, Trevi (Perugia)

    Trevi, Flash Art Museum "Migrazioni e Globalizzazione" 2005

    IL GRANDE TEATRO DEL MEDITERRANEO, l’iniziativa organizzata dal Comune di Trevi in collaborazione con il Trevi Flash Art Museum, prosegue con una conferenza di Marco Scotini, critico d’arte e studioso di fama internazionale. Il tema della rassegna, che analizza la cultura mediterranea mediante una rassegna di video artistici, viene così approfondito grazie all’intervento di Scotini, dal titolo

    “Migrazioni, pratiche artistiche e globalizzazione”.

    Tramite questa conversazione, aperta al dialogo con il pubblico, si tenta di restituire almeno in parte i reciproci rimandi che sempre si instaurano tra l’opera d’arte e il contesto in cui germoglia. Non si tratta, comunque, solo del tentativo di ricostruire una cartografia delle odierne esperienze artistiche mediterranee. È anche un’incursione nella più vasta realtà contemporanea, dove la cultura è sempre meno definibile secondo parametri di identità nazionale. Il tutto, naturalmente, attraverso il filtro privilegiato dell’arte. Quella stessa arte che, all’interno del Teatro Clitunno, dà mostra di sé nelle dieci opere video prodotte da altrettanti artisti internazionali e collocate nei palchi del primo ordine. Una formula espositiva ed un contributo critico, infine, tanto inediti quanto suggestivi, per confrontarsi con i mille volti del Mediterraneo, per scardinare diffusi luoghi comuni e affermare visioni differenti.

    All’intervento di Marco Scotini seguirà, il prossimo 5 novembre, quello del famoso musicologo Franco Fabbri, che fornirà il proprio contributo su “Il Mediterraneo nel mito e nella realtà delle musiche contemporanee”. L’iniziativa, promossa dal Comune di Trevi all’interno delle Attività di Promozione Integrata dell’Umbria, è curata da Maurizio Coccia con Valentina Sansone.

    Biografia

    Marco Scotini è critico e curatore indipendente. Vive a Milano ed è coordinatore del dipartimento di Arti Visive della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Collabora con la redazione di Flash Art, Tema Celeste e altre riviste di settore. Tra le ultime mostre curate figurano Empowerment, Genova (2004), Revolution Reloaded, Milano – Berlino (2004), Disobedience, Berlino (2005), Accion Directa, Praga (2005). E’ inoltre curatore dell’Archivio Gianni Colombo di Milano.

    Conferenza successiva

    5 novembre, ore 17:00: Franco Fabbri (musicologo e conduttore a Radio Tre, docente presso Università Statale di Milano):

    “Il Mediterraneo nel mito e nella realtà delle musiche contemporanee”

    Dati mostra

    Date: 14 ottobre 2005 – 10 novembre 2005

    Orario: dal martedì alla domenica 15:00-19:00; lunedì chiuso

    Sede espositiva: Teatro Clitunno, Trevi (Perugia)

    Curatore: Maurizio Coccia con Valentina Sansone

    Artisti: Maja Bajevic (Sarajevo, 1967) – Rossella Biscotti (Molfetta, 1978) – Maria Lusitano (Lisbona, 1971) – Domenico Mangano (Palermo, 1976) – Margherita Morgantin (Venezia, 1971) – Adrian Paci (Scutari, 1969) – Andrea Paleri (Ancona, 1979) – Salis & Vitangeli (Giovanna Salis, Sassari, 1970; Massimo Vitangeli, Perugia 1950) – Stefano Savona (Palermo, 1969) – Santiago Sierra (Madrid, 1966)

    Trevi Flash Art Museum Palazzo Lucarini, 06039 Trevi (PG) – Italy
    Tel: + 39 0742 381021
    Fax: + 39 0742 386956
    e-mail: tfam@flashartonline.com
    web : www.flashartonline.org

    Programma completo Il Grande Teatro del Mediterraneo

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    05X

  • Francesco Francesconi

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    Tra i più illustri personaggi dell’800 a Trevi.
    Sebbene il suo nome figuri in una delle lapidi superstiti sulla facciata del palazzo comunale, è praticamente sconosciuto alla maggior parte dei suoi concittadini.
    Docente di Filosofia della Storia nell’Università di Perugia, fu in stretta corrispondenza con i più noti pensatori e politici del suo tempo e partecipò attivamente alle vicende politiche.

    Frequentatore di corte, ebbe numerose relazioni con papa Pio IX.

    Dalla commemorazione tenuta dal sindaco nel Consiglio Comunale del 27 marzo 1892:

    Signori consiglieri, La nostra città è stata contristata con la perdita del nostro egregio concittadino prof. cav. Francesco Francesconi, che per oltre otto lustri fece sempre parte di questo nobile consesso. L’opera sua fu instancabile e benefica per il bene di questa azienda comunale. Qualunque elogio gli si potesse fare sarebbe di certo inferiore alle sue nobili virtù. In lui vivevano tre sentimenti nobilissimi: amore per il povero, amore per questa nostra città e generoso verso i suoi avversari. Fuvvi un tempo in cui la sua sfera d’azione non era circoscritta a questo solo comune. Egli ebbe relazioni con personaggi di gran vaglia di tutte le parti d’Italia; tenne uffici pubblici sì governativi che provinciali, e compì opere di non tenue importanza, specie in Perugia, ove ebbe dimora e lieta accoglienza per oltre vent’anni. Francesco Francesconi è una illustrazione di questa nostra patria, che, a ragione, sentì tutto il dolore della irreparabile perdita

    Noi aggiungiamo a questa commossa commemorazione che il Francesconi fu anche uno scienziato, un filosofo ed uomo politico di valore, e, per quanto riguarda il nostro paese, oltre che consigliere comunale e membro della giunta, fu presidente della Congregazione di Carità. Favorì l’incremento delle scuole, riordinò il civico ospedale chiamandovi le suore della S. Famiglia di don Pietro Bonilli. Modestissimo in tutte le sue manifestazioni riuscì a fare in modo da essere tanto poco conosciuto. Eppure fu uno di quei tanti fili della trama politica e culturale del suo tempo.1

    Ulteriori notizie da Storia di Trevi 1746-1746, di C. Zenobi

    Il Personaggioda: Carlo Zenobi, Storia di Trevi, 1746-1946 (pagg.252-264)Foligno, 1987
    La vita e le opere Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito.Foligno, Tip. S. Carlo, 1892
    Lettere di Alinda Bonacci BrunamontiAngela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconiin Rassegna Nazionale- Ott.-Nov. 1936

    105 Ritorna alla

    Note

    1)

    Zenobi, Carlo, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno, 1987, pagg.252-25

  • Francesco Francesconi -Il personaggio

    Francesco Francesconi (1823-1892)

    Il personaggio

    da: Carlo Zenobi, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno, 1987, pagg.252-264

    Nota:Tra parentesi acute < > è riportato il numero della pagina: se non c’è spazio con la parola che segue significa che essa era stata divisa e nel testo originale risulta in parte nella pagina precedente.
    Nella trascrizione sono stati corretti gli evidenti errori materiali e gli accenti secondo la grafia moderna.

    Il testo in colore è stato aggiunto all’atto della presente trascrizione

    .<253>

    Modestissimo in tutte le sue manifestazioni riuscì a fare in modo da essere tanto poco conosciuto. Eppure fu uno di quei tanti fili della trama politica e culturale del suo tempo, come l’estensore della lapide, posta nel palazzo comunale, mirabilmente sintetizza: «Al cittadino benemerito — prof. cav. Francesco Francesconi — che amor di patria e la scienza unirono ì per la propaganda del nuovo pensiero filosofico — e per la riscossa del 48 – a Rosmini Gioberti Tomasseo e d Mamiani — Trevi tre anni dopo la sua morte».

    Seguiamo il Francesconi in quel groviglio di idee, di tentativi, di azioni, di incontri, di scontri di uomini per tanti versi entrati nella storia d’Italia in quel ribollente periodo che immediatamente precedette e seguì il 1848. Ciò faremo riportando larghi squarci delle memorie biografiche (per lo più sconosciute) stilate subito dopo la morte del Francesconi dal prof. mons. Giuseppe Agostini che l’ebbe padrino di battesimo, che ben lo conobbe, che ne fu intimo amico, e che ebbe comoda la consultazione dei documenti dai quali la interessante narrazione è tratta, Nacque il Francesconi nel marzo 1823 in Casco dell’Acqua di Trevi. A nove anni entrò nel Collegio Lucarini in quel tempo retto dal dott. Fausto Bonacci di Recanati. Ivi studiò grammatica, umanità, retorica ed eloquenza. Andò poi a compiere gli studi a Perugia, dove lo chiamava e lo faceva prefetto nel Collegio della Sapienza lo stesso dott. Bonacci che, trasferitosi da Trevi, ne teneva la direzione. E là il Francesconi studiava contemporaneamente le scienze filosofiche e le lingue antiche e moderne: il greco, il tedesco, l’inglese e il francese, lingua questa che parlava con tutta proprietà e disinvoltura. A 23 anni era laureato, a pieni voti, in filosofia e matematica, in diritto civile e canonico, in teolo

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    gia e sacra scrittura, e incominciava gli studi archeologici, nei quali poi riuscì peritissimo. Nel 1847 veniva nominato professore di filosofia a Perugia nella Sapienza, a Spoleto nel Seminario, a Spello nel Convitto Rosi.

    «Incominciamo a seguire il Francesconi nei movimenti del ’48, quando una febbre di patriottismo e d’innovazioni pervadeva e teneva in fermento tutta l’Italia. Noi (è il prof. Agostini che scrive) ci tratterremo a dettagliare certe notizie particolari del nostro amico, ma che entrano nel gran movimento politico di quei tempi, perché sono sconosciute a tutti, e con lunghe e minuziose ricerche si son potute raccogliere su frammenti di memorie e di lettere lasciate dal Francesconi, e tenute, con modestia senza esempio, nascoste finché visse, anche ai parenti, Premettiamo intanto che il nome suo andrà sempre unito a quello del Rosmini.

    Fra i grandi progetti di riforme, Roma e il Piemonte invocavano l’opera intelligente, sinceramente patriottica dell’abate Rosmini. Il cardinal Soglia e il Castracane lo pregavano con insistenza di recarsi a Roma, dove, col suo consiglio, avrebbe potuto giovare non poco all’indirizzo del governo nelle critiche circostanze politiche e religiose in cui si trovava il Pontefice (Lettere di C. Galiardi 19 aprile-22 maggio e 19 luglio 1848 all’abate Rosmini). E siccome egli, per ben due volte, rispose che non sarebbe andato finché non ne avesse avuto invito formale dal S. Padre, mentre a Stresa, dove si trovava, sentiva di poter svolgere la sua opera a far del bene (lettera da Milano 30 aprile 1948), lo stesso Castracane lo consultava sul suo parere riguardo alla promulgazione di uno statuto civile. E fu allora che stampò a Milano il suo progetto di costituzione, che, come si sa, arrivò troppo tardi. Intanto il Francesconi faceva stampare a Perugia, dal Bartelli, le «Cinque piaghe della Chiesa» del Rosmini, e vi aggiungeva le due famose lettere «Sulle elezioni vescovili», che questi stesso gli aveva mandato, Il libro delle “Cinque piaghe”, come è noto, fu condannato dalla Chiesa con decreto del 30 maggio 1849 e il Rosmini lo ritrattò; ciò però non vuol dire che esso non conoscesse benissimo che per certo l’opera sua non avrebbe incontrata l’approvazione di Roma. Il difficile era dunque di farlo recapitare a Pio IX. Fra il nuovo pontefice e il Rosmini passavano relazioni molto benevole, né il Rosmini era certo quello che avesse voluto affrontare direttamente la riprovazione. D’altra parte voleva che il libro fosse letto diffusamente, ritenendo opportuno per i tempi che corre-
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    vano e per le idee che propagava. Checché ne sarebbe poi avvenuto, poco gli dava a pensare: per ora era necessario guadagnar tempo per fargli largo e diffonderlo. Tutto era lì, che il Papa non ne prendesse sospetto e il libro passasse, in tanto tramestio di affari, come una novità qualunque e null’altro. Il Rosmini in un tratto delle “Cinque piaghe” faceva allusione alle nuove e felici speranze che il nuovo Pontefice faceva nascere negli italiani: allusione che forse nell’intenzione del l’autore gli avrebbe cattivato l’animo del Mastai, e che avrebbe in qualche modo giustificato il suo ardimento, con farlo parere almeno di buona fede. Era dunque assolutamente necessario trovar persona che avesse con abilità diplomatica, presentato il libro a Pio IX. Notiamo intanto che il Galiardi si trovava come procuratore generale del Rosmini a Roma, ed era in tanta intimità con la corte pontificia, che per il suo mezzo venivano trasmessi a Stresa le approvazioni, i desideri, i voleri del S, Padre e dei cardinali. Nessuno perciò meglio di lui avrebbe potuto assumere il delicato incarico. Eppure toccò al Francesconi di togliere d’imbarazzo il Rosmini. Egli intimo della corte seppe abilmente cogliere il momento opportuno, e un giorno che si trovava a conversare con Pio IX insieme con mons. Stella, passò quasi furtivamente il libro “Delle Cinque Piaghe” nelle mani di monsignore, ma con un sotterfugio così poco celato, che Pio IX se ne avvide e disse, come era da aspettarsi: «Che libro abbiamo», e il Francesconi, che non desiderava di meglio, rispose: «E un’opera nuova del Rosmini, molto opportuna, io credo, per i tempi nostri». E il Papa, toltolo di mano a monsignore: «Va bene, disse, voglio leggerlo prima io», e si ritirò nel suo gabinetto, Quando poi il Galiardi dopo qualche giorno si presentò al Papa per offrirgli il libro a nome del Rosmini, scusandosi del ritardo che gli aveva cagionato il legatore: «Ma state tranquillo, rispose Pio IX, l’abbiamo già letto».

    E sempre a proposito delle “Cinque Piaghe” non va dimenticata un’altra circostanza che rivela quanto stesse a cuore al Francesconi di conciliare al Rosmini le simpatie degli uomini dotti, allora più in voga in Italia, per il trionfo del suo programma politico, che era ugualmente il programma del Francesconi. Egli sapeva che il Gioberti e il Mamiani, divenuti necessari per quei momenti, erano avversari cordiali dell’abate Rosmini non già solo a motivo delle diversità dei principi filosofici che professavano, ma perché ormai nessuno contrastava più al Rosmini il primato in filosofia, Per raccogliere

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    le forze ad uno stesso scopo bisognava pacificare quegli animi e ridurli se non amici sinceri, almeno toglier via di mezzo l’antipatia personale. Il Francesconi, più che amico, intimo del Tommaseo, si adoperò insieme con lui a conciliare tra loro i tre grandi uomini, che erano allora la vita dell’Italia, lasciando sempre libero il campo alle libere disquisizioni scientifiche. Il buon Tomasseo, nella prima parte dei suoi «Studi critici» dopo aver rilevato gli accordi e i disaccordi dei due sistemi del Gioberti e del Rosmini, conclude così: «Amo il Rosmini come il raggio di luce più che umana che illuminò la mia giovinezza, ma ed il Gioberti amo, e rammento i colloqui dell’esilio e gli esempi della sua schietta virtù. Rammenti anch’egli quelle ore, che forse ne attingerà qualche senso d’indulgenza e di pace. Che se le ire e i dispregi gli abbondano, in me li volga; ma rispetti il nome, che egli chiamò venerabile, cui certamente, se conoscesse, amerebbe. S’amino entrambi e perdonino da uomo tanto minore di virtù e di dottrina l’audace consiglio. S’amino e con forze riunite concorrano ad ampliare il retaggio della generazione avvenire. Io non sono degno di impetrare da tali anime un sacrificio, ma dalla generosità loro innata lo spero. E se l’ottengo, avrò spesa non vanamente la mia vita» (Pag. 214, Venezia 1843). E come il Tomasseo con la sua dolce parola si provava a riconciliare Gioberti con Rosmini, il Francesconi si adoperò di riconcigliargli il Mamiani. […] Il Francesconi tentò di affrontare l’ardente filosofo per intendersi con lui, per discutere e ridurlo avversario almeno più coscenzioso. Gli si presentò col pretesto di offrirgli «Le cinque piaghe» a nome dell’autore. Il mezzo termine non poteva essere meglio trovato. Era il combattuto Rosmini che in quei momenti di ebrezza politica mandava in regalo da un cavaliere così compito e così abile ad accattivarsi l’animo altrui, come Francesconi, un libro palpitante di attualità, a Terenzio Mamiani, all’avversario suo, in senso di stima e di affetto. Le prime parole del Mamiani al Francesconi furono queste: «Oh, che il Rosmini si ricorda di me? Ma me lo ringrazi, io leggerò il libro con piacere, come leggo tutte le opere del grande filosofo». Il colpo era riuscito, e il Francescani poté riportare al Rosmini la lieta novella che Terenzio lo stimava ed amava! […] E ciò basti per intendere quali relazioni passavano tra il Francescani e il Rosmini, e quali intelligenze politiche.

    Quando si incominciò a discutere il progetto della confederazione italiana tra Roma, Firenze e Torino, dalla corte di Piemonte si

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    opponevano difficoltà sul luogo da scegliersi come sede della negoziazione. Prevalse l’idea di Roma per deferenza al Pontefice, e Rosmini fu scelto dal ministero di Torino a rappresentare gl’interessi della corte sabauda presso la S. Sede. […] Il Rosmini giungeva a Roma il 15 agosto, e il 17 ebbe udienza dal S. Padre, a cui presentò le lettere autografe di Carlo Alberto. Il Francesconi, conosciuta la missione del Rosmini, caldissimo fautore anche lui della confederazione, gli volle essere compagno, e cooperò con tutta la sua ardente attività perché trionfasse l’idea di questa soluzione pacifica, che avrebbe risparmiato tante lagrime e tanto sangue! E fu appunto allora che strinse vincoli di più intima amicizia col padre Gavazzi, il quale con una eloquenza spesso piazzaiola e con mimica teatrale eccitava allora gli entusiasmi per quel Pio IX che poco dopo avrebbe maledetto. Ed è curioso il caso che incontrò il Francesconi quando, riportando in convento gli abiti del Gavazzi che si era sfratato per vestire la camicia rossa di Garibaldi, passò pericolo d’essere bastonato dal laico portinaio credutosi offeso, come d’un insulto, dall’atto e dalle parole ingenue e quasi festose del Francesconi che gli disse semplicemente: «Ecco che cosa vi riporto del padre Gavazzi». E mentre il Rosmini apriva nel palazzo Albani le sue conferenze (26 agosto 1848) sulla confederazione, il Francesconi ne propagava le idee con lo scritto e con la parola […].

    Un altro illustre italiano Massimo d’Azeglio, propugnava valorosamente la causa della confederazione […] E il D’Azeglio trovava nel Francesconi l’amico fedele che gli faceva la propaganda con abilità sicura e rapida non solo nelle città dell’Umbria, ma per lo stato pontificio, giovandosi dell’opera discreta e intelligente di provati amici. Ed è osservazione degna di nota che né il Tomasseo, né il D’Azeglio, né il Francesconi, patrioti sinceri, intelligenti, attivissimi vollero mai appartenere a società segrete. […]

    Ora da Roma trasportiamoci a Venezia: là il sentimento comune era la rivendicazione della libertà, Reggevano le cose pubbliche Daniele Manin e Nicolò Tomasseo, il quale ultimo preferiva all’unione col Piemonte una repubblica indipendente […] Il Francesconi, intimo del Tomasseo, lo informava di tutto quanto accadeva a Roma, e questi lo confortava ad aiutarlo per la causa di Venezia con la penna e col denaro […] Il Francesconi intanto riceveva lettere private del Tomasseo, con le quali, come abbiamo accennato, lo pregava, lo scongiurava di scrivere e di raccogliere denaro per la causa di Ve

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    nezia. E fu in questa circostanza che il Francesconi, col pericolo di essere arrestato e fucilato, andò fin là a portare non lievi soccorsi al pietoso amico. […]

    Intanto l’attività del Francesconi pareva instancabile, quasi febbrile: né si sa concepire come nel tempo stesso che dettava lezioni difficili e nuove dalla cattedra, organizzava nell’Umbria e altrove la scuola rosminiana, potesse seguire ed essere gran parte di tutti i movimenti politici che tenevano in fermento l’Italia. E così, ora come filosofo rappresentante di una scuola allora molto in voga, ora come politico, scriveva sui giornali più diffusi: nel Labaro, nel Nazionale, nel Costituzionale, nell’Imparziale di Faenza, nell’Osservatore Dorico di Ancona, nello Statuto di Firenze, nell’Utile dulci d’Imola, dove la censura gli sequestrò per due volte due studi, forse d’intonazione troppo politica, su Gioberti e Rosmini.

    E per seguir gli avvenimenti di quei torbidi giorni, essendo ormai fallita la speranza di una confederazione nazionale, e crescendo in Roma i pericoli per il Pontefice, Pio IX fuggì a Gaeta. Il Rosmini lo seguì […]. Il Francesconi era al giorno di tutto, non solo per le relazioni col Rosmini, quanto anche per le molte e preziose conoscenze che aveva in Roma, trovandosi di essere il confidente e l’intimo segretario del cardinale Antonelli. Questo breve periodo della vita del Francesconi ci rimane assai oscuro, ma da qualche sua espressione che involontariamente e assai di rado gli usciva dei fatti suoi, quasi come preso alla sprovvista, si può dedurre che già gli fossero noti gli intrighi dell’Antonelli, e, spirito indipendente e onestamente dignitoso quale egli era, non si peritò di manifestare al cardinale il suo disgusto. E questi alla sua volta allontanò da sé il censore importuno. Ecco quale attestato gli spediva a Perugia il Fausti nel 1849 dopo la sua partenza da Roma: «Io sottoscritto faccio testimonianza per la verità che il sig. Francesco Francesconi fu chiamato dall’Eminentissimo Antonelli per suo uditore e segretario nell’epoca che S. E. fu nominato presidente della Consulta di Stato e che lo servì nella qualifica suddetta per tutto il tempo che durò la Consulta stessa. Chiamato poi il prelodato cardinale alla Segreteria di Stato, cessò lo scopo per il quale aveva presso di sé il Francesconi e dové per conseguenza ringraziarlo […]. F/to Fausti. […]

    Intanto non si era ancora potuto sapere quale risoluzione avrebbe presa il papa: se raffidarsi alla devozione de’ suoi sudditi o alla forza delle armi straniere. Fu allora che il Francesconi scrisse a Pio

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    IX una lettera caldissima di affetto e di sentimento pietoso per gl’italiani, in cui lo pregava a tornare alla sua Roma, dove, accomodate le vertenze, sarebbe accolto con gioia, se non voleva veder l’Europa levarsi in armi e spargere sangue innocente. Gli fa poi una esposizione diffusa dello stato e delle condizioni politiche d’Europa. Questa lettera fu presentata al Papa dall’abate Rosmini, che sosteneva col Francesconi la stessa tesi contro il cardinal Antonelli, cioè il ritorno del Papa a Roma. Che ne dicesse Pio IX noi non sappiamo […] Ci dispiace di non aver potuto trovare una copia esatta di questa lettera, che abbiamo semplicemente desunta (É sempre il prof. Agostini che scrive) da un breve cenno che il Francesconi ne fa in un’autodifesa da lui sostenuta innanzi al cardinal Pecci, allora vescovo di Perugia, ora Leone XIII (queste note furono appunto scritte vivente Leone XIII) e a mons. D’Andrea (Commissario Pontificio) per essere stato deposto, come vedremo poi, dalla cattedra della Sapienza.

    Il Francesconi fu di carattere indipendente anche in fatto di politica; i suoi principi professò sempre con la coscienza della convinzione senza riguardi, senza paure, senza servilità, senza secondi fini. Per lui avere la convinzione di un ideale era lo stesso che mettersi nell’impegno di attuarlo con zelo e attività instancabili; era quindi naturale che non gli dovessero mancare dei fastidi specialmente da parte delle autorità, a cui non potevano restare occulti il pensiero, le relazioni, gl’impegni del Francesconi.

    Fin dall’agosto 1847 l’arcivescovo di Spoleto mons. Sabbioni, come suo legittimo superiore, lo chiamava alla cattedra di filosofia della Sapienza di Perugia e lo nominava professore nel suo seminario. Il Francesconi, che vestiva ancora da chierico e non aveva assolutamente deposto il pensiero di essere ordinato sacerdote, sebbene a malincuore obbedì alla chiamata del suo ordinario, tanto più che lo invitavano anche le insistenze del rettore Guizzi suo ammiratore e le preghiere dello Speranza suo carissimo amico. Intanto, nell’ottobre, anche il Municipio di Spoleto lo nominava professore di filosofia nel pubblico liceo; ma il Sabbioni non volle sanzionare quella nomina, diceva, per sue particolari ragioni. Il rifiuto offese il Francesconi, che partì da Spoleto svestendo l’abito; e il popolo commosso e indignato per il fatto si ammutinò e fece una violenta e indecentissima dimostrazione fischiando e urlando sotto il palazzo dell’episcopio, frantumando a furia di sassi i vetri delle finestre, non senza

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    minacciare nuovi e più gravi disordini. La notizia di questa sommossa fece il giro di parecchi giornali, che chiamarono il Francesconi responsabile del tumulto. Vedi Il Labaro, La Gazzetta di Modena, La Speranza e specialmente Il Costituzionale. Egli a Perugia apprese dagli scritti di quei giornali la selvaggia dimostrazione di quel popolo, che certamente non poté approvare: ma non dissimulò la sua indignazione per quella acerba e forse ingiusta censura. Allora per mezzo del Gavazzi fece presentare una vivace protesta al Ministro della Pubblica Istruzione, a Roma; così come fece ritrattare dal giornale romano Il Costituzionale le sue parole offensive per avere, senza cognizione di causa, gettato il discredito sulla sua onestà,chiamandolo responsabile di quanto era avvenuto a Spoleto. Da quanto abbiamo narrato si deducono due conseguenze, che dimostrano ugualmente l’importanza politica del Francesconi conosciuta anche a Spoleto: aver dato cioè occasione a un tumulto popolare per la sua partenza, dopo pochi mesi di sua permanenza colà, e il sospetto in cui era tenuto dalle autorità locali, che in lui dovevano vedere un reazionario temibile.

    Ma prove ben più dolorose, oltre le disillusioni politiche che lo rattristarono assai, gli erano riservate. E qui dobbiamo dire due parole sul Collegio della Sapienza, dove si svolsero i fatti che verremo poi raccontando. Queste parole trascriviamo da una necrologia stampata parecchi anni dopo dallo stesso Francesconi nelle «Lettere di Famiglia» l’aprile 1872 […]: «Per corrispondere alle idee progressive e liberali che si andavano svolgendo, il Bonacci(1) propose, e la superiorità accettò, l’aumento di una cattedra per gli ultimi due anni di corso, che fu la filosofia della storia. Già negli anni precedenti, i giovani di più estesa capacità, avevano avute lezioni sul pro‑

    (1) Nota apposta dal prof. Agostini – D. Fausto Bonacci, allora rettore della Sapienza di Perugia, era stato nominato nel 1830, per via di concorso, rettore del collegio convitto Lucarini di Trevi, dove si trattenne per parecchi anni, finché contrariato per le solite meschine antipatie e gelosie personali, rinunziò dignitosamente la direzione del collegio di Trevi, e fu con grande aspettazione di Perugia, nominato rettore della Sapienza. Si deve all’opera del Bonacci se il collegio poté essere trasportato dai locali del palazzo Lucarini all’ex convento di S. Francesco, non ostante le opposizioni di mons. Mastai, allora arcivescovo di Spoleto, che di quel convento e della chiesa meditava di fare la nuova collegiata e le canoniche. E il trasloco di mons. Mastai da Spoleto a Imola, si dové all’influenza del Bonacci, per mezzo del cardinal protettore.

    gresso e sulle leggi che lo governano; ma nel 1847-48 fu stabilita apposita cattedra, che, in più vasta orbita di cognizioni, mostrasse i fatti umani più disparati, connessi e tendenti all’attuazione della universale perfezione. Fu questa la prima cattedra di filosofia della storia impiantata in Italia. Così tutto fu armonizzato con l’entusiasmo, che era universale in quel tempo, e ciascuno si augurava il più lieto avvenire. Se non che le concepite speranze presto si dileguarono, e alle sperate prosperità successero realtà mai pensate. Dopo la sciagura di Novara, l’invasione tedesca in Perugia distrusse quanto aveva l’impronta di liberalismo ogni istituzione, e il collegio della Sapienza fu una delle prime vittime destinate all’olocausto. Tre dei suoi insegnanti destituiti dal Consiglio di censura: i professori di fisica, di filosofia della storia, e di filosofia razionale. Tra i professori destituiti si trovava anche il Francesconi. Da qualche suo scritto abbiamo potuto raccogliere che tre specialmente furono i capi d’accusa che ne motivarono la destituzione: 1° l’aver commentato a scuola il famoso discorso del P. Ventura sui martiri di Vienne; 2° l’aver fatto parte, esserne stato anzi l’anima per qualche tempo, del circolo popolare di Perugia; 3° l’aver proposta la demolizione della fortezza edificata da Paolo IV. Il discorso sui martiri di Vienne fu recitato dal Ventura il 27 novembre 1848 a S. Andrea della Valle, e, quando vide la luce con una introduzione e una protesta dell’autore, levò gran rumore per senso opportunamente patriottico e forse perché conteneva principi non consoni all’insegnamento cattolico. Con decreto 30 maggio 1849 venne condannato dalla Chiesa e l’autore riprovò l’opera sua. Non fa dunque meraviglia che il Francesconi, credente, potesse averlo commentato prima che l’autorità competente avesse pubblicata ufficialmente la sua condanna.

    Innanzi a mons. D’Andrea e al vescovo Pecci il Francesconi giustificò non già la sua associazione al circolo, ma lo spirito stesso della associazione. […] Noi, dice il Francesconi, ci trovammo senza governo: era dunque necessario che uomini seri e amanti dell’ordine, raccogliessero le loro forze per impedire le conseguenze che avrebbe potuto portare questo stato di cose così anormali. Le nostre adunanze erano pubbliche, e questo vuol dire che non si cospirava; il nostro fine era l’educazione del popolo alla libertà, e io col Rognotti e col Rossi rappresentavamo la commissione che doveva studiare il sistema della istruzione popolare. Quando minacciava la guerra civile, il circolo, come un governo provvisorio, temperò le ire, orga‑

    –

    nizzò un governo di disciplina civile. É principio di diritto naturale che una città deve prima provvedere all’ordine pubblico, e poi occuparsi della questione del principe. Questo noi abbiamo fatto, perché prima della costituente, si tenne adunanza per deliberare se si dovesse raccomandare ai deputati un voto speciale del circolo, e si risolvé per la negativa, considerando che la repubblica era passo troppo ardito ed era da saggi di vedere le cose a Roma con maggiore lume e pacatezza. La nostra colpa sarebbe dunque di aver mantenuto ordinatamente gli uomini in società, quando il governo era cessato e rotto il vincolo sociale. Governo non c’era, e lo provo. Il Papa era partito, il ministero era diffidato, la commissione di governo da lui nominata era nulla di diritto; mai fu promulgata la legge onde la investiva d’autorità; mai assunse l’incarico perché non combinò col Papa […]». Riguardo al terzo capo d’accusa, pare che la proposta della demolizione di quella fortezza, che porta scritta la famosa frase: Ad repellendam perusiniorum audaciam, sebbene mossa dal circolo, fosse stata un tempo approvata da Roma.[…] Ma dopo i fatti del 49, abbandonò la politica e si diede con tutta l’anima agli studi speculativi». Sin qui la narrazione dell’Agostini, la quale, offre un interessante quadro dell’epoca con tutte le sue luci e tutte le sue ombre, epoca vissuta intensamente anche dai nostri concittadini.

    Tralasciamo quanto attiene ancora alla solerte vita del Francesconi come filosofo, come scrittore, come studioso di argomenti vari in Perugia, città che largamente si avvalse della di lui opera e consiglio. Di questo periodo ricorderemo solo che quando l’abate Stoppani salì il nostro Appennino per le sue ricerche geologiche, il Francesconi gli fu compagno di viaggio e di studi.

    Poco prima del 1870 il Francesconi lasciò definitivamente Perugia e se ne tornò alla sua Trevi, mai dimenticata, largamente beneficandola del suo consiglio e del suo lavoro, come più sopra abbiamo detto. Consunto da non breve malattia morì l’11 marzo 1892.

    La vita e le opere Don Giuseppe Agostini, Memorie del Professore, Cavaliere Francesco Francesconi, Politico, Filosofo e Cittadino Benemerito.Foligno, Tip. S. Carlo, 1892
    Lettere di Alinda Bonacci BrunamontiAngela Zucconi, Lettere di Maria Alinda Brunamonti al Prof. Francesco Francesconiin Rassegna Nazionale- Ott.-Nov. 1936

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    112

    Note 1)Zenobi, Carlo, Storia di Trevi 1746-1946, Foligno, 1987, pagg.252-253

  • artisti

    Licia Galizia

    Ha esposto a Trevi nella collettiva F 30×20 DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12

    Nata a Teramo nel 1966, si è diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Vive e lavora tra L’Aquila e Roma. E’ docente di disegno e storia dell’arte al Liceo Scientifico Statale dell’Aquila. Personali e collettive in Italia, ultime delle quali a Roma anche nel 2003. Numerosi critici si sono interessati al suo lavoro.

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  • artisti

    Giusaeppe Friscia

    Ha esposto a Trevi nella collettiva F 30×20 DEDALO Spazio Arte in Viale Ciuffelli, 12

    Nasce ad Arezzo nel 1954. Si diploma all’Accademia delle Belle Arti di Firenze, nel 1981 diventa collaboratore del Centro Internazionale della Ceramica Montesanto di Todi. Nel 1983 vince il premio Giovani Artisti Umbri. Negli anni ‘80 una serie di mostre, sia di opere ceramiche che di pittura, e la partecipazione alla XXX Biennale di Milano. Dal 1992 al ’97 è a New York; le opere realizzate in questo periodo vengono acquisite dalla Preda Foundation di Milano. Nel 2000 debutta anche come scultore.

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  • Vincenzo Giuliani – Rime in vernacolo

    Vincenzo (Cencio) Giuliani

    Rime in vernacolo

    Vincenzo Giuliani I quadri Edicole e decorazioni Xilografie Fotografie Poesie

    LA SAGRA DE LU SELLURU E DE LA SARGICCIA

    Mo Trevi è crisciuta d’importanza
    da quando fa la festa pe’ la panza,
    so’ selliri e sargicce a tuttu spiano
    per quilli de vicino e de lontano.

    Selluru de Canapina a cazzimperio
    se te lu voi gusta’ come Tiberio;
    Non senti quant’è bonu, core mia?
    è lu più sapuritu che ci sia!

    L’oio de sti piantuni, hai voia a di’,
    anche certi malanni fa guarì,
    fa bene pe’ l’arteria e pe’ la vena,
    non t’ingrassa e la vita t’asserena.

    Truttino co’ Macrino de la Riccia,
    fûro maestri a fabbricà sargiccia,
    non dico Norcia, che a tutti fece scola,
    ma pure Trevi non è stata sola,

    se vôi scialà co’ n’gustu mai sintitu
    la coci su la vracia e su lu spitu.
    Sti focaracci in piazza fanno lume,
    lu Fante immezzo sta a tuttu stu fume,

    ci ha n’cappottu de bronzo che lu serra,
    sta a ricordo de pace e de la guerra,
    la vinse, e de vittoria ha l’aria artera;
    mo guarda indifferente questa fiera

    e pare di: Sto immezzo a fiamme e focu, lo capisco,
    ma questa guerra io la preferisco.

    LU FISTINU DE NA VORDA

    “Quistu ballu de la sala
    e non so se ballo vene
    ma se a Checca non conviene
    quistu ballu n’se po’ fa”.

    E cuscì che se cantava
    quelle sere a lu fistinu,
    l’organetto lu sonava
    Pastamolla o Richicchinu.

    Se facea lu gran rinfrescu
    co’ lo vermute e lo vino,
    co’ li fiocchi, co’ la pizza
    sale oio e rosmarino,

    Rucciolitti e cunfittini
    pe’ migragna de quattrini.
    Scappa fora lu compare:
    A regà, chi magna magna,
    ma le bibbite so’ pare!

    Se ballava a pettu a pettu
    ‘na porchetta e la marzucca,
    fino all’arba, gnente lettu,
    tuttu ballu e poca ciucca.

    Tarantella e sardarellu
    da sfonnacce lu piancitu,
    e lu ballu più sintitu
    chi se stracca de ballà!

    Ecco l’arba che scolora
    pare sona ‘n campanellu,
    ha trovato lu maritu
    Mariavella de lu Cellu.

    LU TERREMOTU

    Hai sintito che scrocchiu sta matina?
    Unu verso le tre, n’antru a le sette
    m’ha svejato la prima sgrullatina
    pu so’ scappata via senza carzette.

    M’è rmasta addossu e ci ho ‘na gran paura, come ‘na fronna tremo tutta quanta
    a casa chi ce va, chi sta sicura?
    che voli? la paura fa novanta.

    Come se possa di’ non ho paura?
    per me chi lo dice è n’incosciente
    chi non sente le forze de natura
    se vede no sta bene co’ la mente .

    Vidi cascà li coppi, li camini,
    lu carginacciu, de crepà li muri
    vidi corre strillanno li vicini
    se non te poli move so duluri.

    Sprofonna casa tua e casa mia
    li piani vo’ a fin jù le cantine
    non fai a tempu de di’ Jesu-Maria
    come te sarvi de sta brutta fine? .

    Checca scappata via co’ la cuperta
    Orghetta co’ la radio e li quatrini
    Juvanna pu’ dentro ‘na borza uperta
    cia missu la viocca e li purgini .

    Correnno le jente s’ardunaono
    in piazza su la strada a San Martino,
    le madre fra le machine, chiamaono
    li fij che je stessero vicino;

    Ah, io sta notte non ce vado a lettu,
    io vado Assisi, io me fermo a Spellu,
    mo chiamo Pistillu o Romoletto
    e volo via come fa lu cellu .

    Ecco vidi arrià la sindichessa
    co Antonio e lu Priore da ‘na parte
    che ha fatto appena a tempu a di’ la messa
    e lu Ciuppittu je tiene le carte.

    In piazza scamiciatu lu Cuchittu parea stesse beatu a contemplà,
    stea guardanno intorno fermu e drittu
    la jente che correa de quei e de là:

    So scappati via tutti, unu per unu,
    so ‘rmastu sulu, che per carità
    se voi magnà, qui non ci sta gnisciunu
    oggi m’arpuso, te lu devi fà.

    LU CAMPANONE DE LA TORRE

    La torre de Trevi ha ottocent’anni
    e e ha sopportato un saccu de malanni:
    fulignati, terremoti e spulitini
    la fecero sbassà su li cunfini,

    ma essa se mantene sempre bella
    come un sordatu drittu in sintinella.
    Mica sta appiccicata co’ la colla,
    se sona trema tutta ma non crolla.

    Lu campanone ha secent’anni justi,
    gni tanto je se cambiono li fusti,
    perchè l’acqua, la neve e la ranuschja,
    je serve pe piaccese ‘na puschja.

    Come vidi, attorno a lu cerchione,
    ci stonno scritte tante cose bone:
    co lo sonà ARDUNA tanta jente, CONTA li fatti, e la NOTA se sente, DISCACCIA tempu cattiu, trista persona PIAGNE, CELEBRA FESTE e te le sona.
    Chiamava TRUPPE se piricolo ce fusse,
    pe’ non piacce cargi, e antre busse;
    sona li MORTI, e li JORNI belli dell’amore,
    sona lu tempu che passa, e tutte l’ORE.

    L’URDIMU JOMU

    R’vedo Rosetta, io ero picculinu,
    con quantu sforzu piegaa le ginocchia,
    pe’ mettese a sedé su lu scalinu, co’ lu
    naspu, lu fusu e la conocchia.

    Come ‘na luce, la capoccia bianca,
    parea scurbita sull’arcu de ‘na rocca,
    se vedea quella mane bianca
    fatta la coppia su cima la ncrocca,

    c’avea la forza a spizzicu de deta,
    sverde cuscì, de fa trilla’ lu fusu,
    vicino stea lu gattu, come seta,
    stennea la zampa e artiraa lu musu.

    La spola avvoiea la pôra vecchia
    la rota jirava co’ ‘n fischittu,
    la vestiola ce sgrullaa ‘na recchia,
    ce se sbaiaa, je praea ‘n cillittu.

    Sera d’immerno, lo sole calatu,
    Rosetta su lu solitu scalinu,
    lu gattu parea fusse addormentatu acciummellatu strittu li vicinu,

    facea li fusi anch’issu su lu vancu,
    la mane de Rosetta cascò jù,
    su lu pettu quillu capu biancu,
    se piegò a siccu, e non se mosse pi.

    Je cascò lu fusu e la conocchia,
    s’era strappatu l’urdimu filucciu,
    lu jomu cuturò da le ginocchia,
    jì a fin de spassu a lu gattucciu.

    LA VENNEROLA

    Lu nome non facea pi meravija:
    era Teresia de la Sgaravija.
    Dietro la porta ci stea ‘na banchetta
    co’ du canestri, ‘na sporta e ‘na cassetta.

    Co ‘na vilancia mezza arruzzinita,
    su lu piattu co’ le catenelle,
    ce pesaa l’erba inumidita,
    le castagne, le noce, mosciarelle,

    rapunzuli, cicoria e rugoletta,
    la sarvia, la mintuccia co’ l’erbetta
    p’accunnì e anche lo rosmarino,
    aju, cipolla e lu peperoncinu,

    carote roscie co’ li pummidori.
    Sirvìa a li puritti e li signori,
    cuticacce, cannecchia e li spinaci,
    quilli co’ l’acqua loro te li coci,

    semi salati mezzi abbrustuliti,
    a tazze li lupini t’ea sirviti
    rocchi appiccati co’ le fiche secche
    come le sargicce e le vistecche.

    Cuperta, tutte de pezze, ‘nu sciallone,
    se scallaa vicino a lu focone,
    manegghiaa ‘na tegghia de castagne,
    le mane nere come le lavagne;

    le cotte le tenea su ‘na cassetta,
    quelle crastate, dentro ‘na sacchetta.
    ‘Na tramontana d’immerno portò via,
    castagne, focone e Sgaravija.

    LA JELATA

    Guarda che belle chiuse! Sti piantuni,
    pargono tante cocce de limuni:
    tutti li rami so’ pieni de lia,
    quist’anno ci sta a sacchi core mia! .

    Pertica, cujturu e vazzarone
    lu fattore senza tante noie
    mette la scala immezzo a lu tajone
    e dice all’opre: Cuminciamo a coje .

    ‘Na mora sverda come lu filinu
    monta fino all’urdimu scalinu:

    E mo’ che so arriata su la cima
    me la vojo capà la mejo rama
    e la vojo cantà ‘na bella rima!

    “E lo mio amore che se chiama Ansermo
    quanto je sto vicino ‘n paradiso
    quando je sto lontano sto all’inferno.”

    ‘N’ antra a dispettu: “Fiore de lutto
    davanti a casa mia ci sta lu puzzu
    ma se me se scoroccia lu recazzu
    lu chiappo pe le zampe e ce lu vutto.”

    S’empe e se vota canestru e cujturu
    e lu vacu de lia lisciu e maturu,
    empe lu saccu: partatu a lu mulinu
    diventa filante oro zicchinu.

    Ma quill’annu un friddu de Siberia
    che arriò come ‘n’imprecazione
    ‘rdusse ste belle chiuse ‘na miseria
    e manco lu murricchiu s’un piantone!

    Tutti sti tronchi co’ li rami sicchi
    pareono schelitri a fa l’invocazione,
    ‘na vecchietta li guarda e dice li:
    Jesu Cristu mia falli arcacchì:

    ardacce binidittu lu piantone .

    LE LUCE DE TREVI

    Liopardi, un brau poeta marchiscianu,
    passò ‘na vorda a spasso pe’ lu pianu
    e vide Trevi mentre calaa lo sole
    e je ce fece n’incantu de parole.

    Je parve de le case un monumentu,
    ma su la cima ce tiraa lu ventu,
    e finestre de chiese, de case e de palazzi,
    le vide luccicà come li razzi.

    Se fermò a Borgo ce se mise a scenta,
    scrisse li versi co’ l’anima contenta.

    Ma se passasse mo, pe’ fa la rima:
    Parea n’presepiu, do sta quillu de prima?

    Quistu Trevi? Me parse tantu bellu,
    mo co’ ste luce me pare n’carrozzellu! .

    LA PRICISSIONE DE SAN MILIANO

    Quando tre ghiorni prima
    se sente rintoccà lu campanone,
    San Miliano, quillu bellu d‘oro,
    se tira fora da lu credenzone.

    Cinquecento scudi ie costò
    a li trevani, ducent’anni fa,
    gran feste se faceono a pro
    per quistu nostru santu de città.

    Se faceono li jochi e l’inquintana
    li fochi co’ li spari a mortalitti,
    la pricissione delle luminarie,
    ce jiono tutti, signori e puritti.

    Anche adesso ce vanno in pricissione:
    muratori, ferrari e falegnami
    macellari, osti e mulinari,
    sellerari, sartori e pesciaroli

    e cert’antri che non s’erono mai visti:
    li gassari e li radiolettricisti,
    che non se trovaa sta roba bella,
    se ja a lettu a lume de cannella,

    a lume d’oio co’ la lantirnuccia,
    li vecchi ce faceono la quartuccia:
    Appolla quando appolla la gallina,
    quando canta lu gallu tu cammina .

    Ma adesso tante cose so’ cambiate
    ci sta quella de perde le nottate,
    l’incontri se fanno a tutte l’ore.
    La festa de pregà e de l’amore,

    per tanti se riduce a piriciancole:
    ‘na fetta de vruschetta e du merancole,
    ma San Miliano Martire Cristianu
    la mano arzata saluta ogni Trevanu.

    pare di’: Da secoli ve do binidizioni,

    cercate pe’ lo meno d’esse boni .

    LU MEDICU DE ‘NA VORDA (1)

    – Dottore mia, t’emo mannato a chiama
    de gran primura, perché papà sta male,
    sta notte ci ha missu anche paura,
    non ci ha fattu chiude ‘n’occhiu,
    che mmece de lu medicu
    toccaa ji a chiam lu ferracocchiu;

    ma su lu lettu mo, c’ statu pocu,
    s’ arzatu, e sta li accanto lu focu,
    sta sotto lu caminu, j è vinuta fame,
    je saria jita ‘na vistecca,
    ma nui jemo fattu lu pangottu
    cunnitu co’ l’ ojo e l’uva secca “.

    – Ho capito, beh se si puole
    me vorresti di se do’ te dole?”

    – Dottore mia, ci tanti duluri,
    che ce putrio inpì un par de valle,
    ma lu più grossu quistu:
    che me va da lu coarone
    fino la crocionata de le spalle,

    lu stommicu me pare ‘na vurraccia,
    pienu d’acqua, immece me riclama
    robba vona, robba che me piace,
    un po de mirluzzittu, du’ sargicce,
    ‘na renga cotta su la vrace.

    – Eh! Si vede che state male un sacco,
    ma io ve faccio fa ‘na bella cura,
    de non sentivve più quanto si stracco:
    sto male de la schina, per passallo,
    fateje strufinazioni co’ lo vino,
    dopo ce mettete un panno callo,
    pe lo stommico je date ‘na purghetta “.

    – Emo capito; a lei, dotto’, che te dovemo dà?
    – Be, a me, me date un par de coppie d’ova,
    e, se non ve dispiace … ‘na pulletta “.

    MONTEFARGO RINGHIERA DELL’UMBRIA (1)

    M’affaccio a Trevi, su lu torrione,
    e me vedo davanti Montefargo,
    ‘na vorda se chiamava Corcorone,
    lu vedo la matina co’ lo sole
    le casette vianche ‘npo ammucchiate,
    pargono pecorelle ammirigghiate;
    quanno la sera lo sole ce tramonta,
    commo un vietru de specchio te riluce,
    se sfuma d’azzurro e de violetta,
    pare n’ arcubalenu contro luce.

    Ma se la guardi pua più da vicinu
    sta città, che pare ‘n contintinu,
    ci ha l’abitanti gintili e curtisia,
    pocu stonno affacciati a la ringhiera,
    li vidi faticà matina e sera,
    sereni, de core e de famijia.

    De cose d’arte ci sta un monumentu,
    pare che tutti li pittori antichi
    se so dati qui l’appuntamentu:
    Melanziu, Lorenzetti, Corraducciu,
    Nelli di Gubbio, Gozzoli, l’Alunnu,
    Fantinu de Beagna, e pu’ Raniero,
    non c’onno lasciatu lu qradrucciu,
    ma de le chiese pittate le parete,
    tutte de ‘na vellezza da non crede.

    Perché viniono qui, li brai pennelli
    d’ Umbria, tutti quanti?

    Perché qui la terra de otto santi,
    perché ci stea la pace, ci stea l’amore
    ci stea, anco’ se sente, la mistica voce,
    quella de Santa Chiara de la Croce.

    Per finì, mo je faccio un brindisi,
    e come disse un certu maniscargu,
    co’ n’ bicchier de sagrantino,
    quillu de Montefargo !

    Autori locali

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    Note

    1) Le ultime due composizioni furono inserite nella raccolta successivamente con fogli sciolti.

  • Vincenzo Giuliani – Xilografie

    Vincenzo Giuliani (1904 – 1980)

    pittore e fotografo e poeta

    Opere 7 -Xilografie

    Vincenzo Giuliani I quadri Edicole e decorazioni Fotografie Poesie Rime in vernacolo

    Vincenzo Giuliani ha realizzato numerose xilografie su linoleum per gli usi pi� diversi.

    Alcune, colorate a mano, sono incorniciate in molte case di Trevi.

    Quelle qui riprodotte illustrano un depliant edito nel 1952

    Panorama da S. Martino cm.13,2×8,7

    Copertina cm. 14,3×16,2

    Arco del Mostaccio, cm 8,6×13,6

    Trevi, Via del Giglio
    Xilografia acquerellata

    Mestre, Collezione privata

    Artisti a Trevi

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