Clitunno – Versi di Alinda Bonacci Brunamonti

www.clitunno.it

Il Clitunno

di M. Alinda Bonacci Brunamonti

Sono poco noti questi versi della poetessa perugina dedicati “AD ANDREA MAFFEI”

Forse non è la migliore composizione ispirata dal Clitunno, ma ripropone il gusto e lo stile di alcuni salotti dell’epoca.

É sicuramente interessante l’ultima parte, virgolettata nell’originale, tradotta quasi letteralmente dal Byron.

Il libretto è di formato tascabile (cm 7 x 11,2) e consta di 440 pagine.

Trevi, Italy.- Clitunno -

Versi

di

Maria Alinda Brunamonti

nata Bonacci

Firenze

Successori Le Monnier

1875

Vieni, o cortese e venerato amico, Né t’incresca posar fra le tacenti Ombre, ove l’onda del Clitunno antico
Da sotterranee grotte ha le sorgenti; Vieni, e per poco del natio Benaco Lascia il flutto, le selve e il rezzo opaco.

E un angelo parrai che le celesti
Sfere suol sempre innamorar col canto,
Invisibile ai rai sceso fra questi Solinghi lochi a trattenersi alquanto, Ove, i cieli obbliando, una canzone D’incolta villanella a udir si pone.

A me i boschi e le fonti un’armonia Semplicetta ed umil spirano in petto, Piovono a te nell’alta fantasia Le imagini leggiadre e il dire eletto, E sulle tue canute chiome spande L’arte, dolce amor tuo, baci e ghirlande.

Vòlto alla parte ove tramonta il giorno,
Aspro di scogli si solleva un monte, Che il dorso ha d’elci e d’oliveti adorno E freddo e terso al pie’ fra’ sassi un fonte,
Da cui con molti zampilletti vivi Pei muschi rugiadosi escono i rivi.

Erran sul prato fra le folte erbette I vergini ruscelli mormorando, E baciano i cespugli e l’isolette, Fra sinüose sponde rigirando, Finche in un letto sol tutta s’accoglie L’acqua che il corso lentamente scioglie.

Povero sì, ma il piccoletto fiume Mai non nega ristoro agli arboscelli E agli armenti che in esso han per costume Di scendere a bagnarvi i bianchi velli;
Povero sì, ma pur torbide e bionde Non fa giammai le sue purissim’onde.

La villanella scalza e leggiadretta Va ad attingervi l’acqua ogni mattina, E la ritrova ognor gelida e schietta, Come appena dal ciel scesa la brina,
E vede nel suo sen lucido e mondo I pesci erranti e i sassolini al fondo.

Così tranquillo ed umile s’avanza
Per una ricca e florida campagna, Dove ride la pace e l’abbondanza Che spesso all’umiltà ne va compagna; Perché una mente torbida e superba
Spesso rifiuta il ben che Dio le serba.

Poco lunge dal suo margo fiorito, Dall’alghe verdoline e dai canneti,
Miro un argine alzarsi ampio ed ardito, Fra cui volge talor flutti inquïeti, Quand’e nutrito di montana pioggia,
Il torrente che nomasi Marroggia.

Nelle autunnali procellose notti Talvolta io lo sentii gonfio e muggente,
Del vento all’ulular, cogli alti fiotti Le sponde e il ponte minacciar repente,
Di belletta lasciando e di pantani Molli e fangosi i sottoposti piani.

Pure il furor del ruinoso flutto Abbassa presto il minaccioso aspetto, E tornano a calcar col piede asciutto
La bianca ghiaia del suo secco letto, Onde prima fuggian per lo sgomento,
I pastorelli e il mansueto armento.

Così danno e paura al mondo arreca L’oltracotanza ambizïosa e stolta, Ma cessa in breve quella furia cieca E l’umiltà trionfa un’altra volta, Poi ridono i fanciulli e fan sollazzo Di ciò che pria menò tanto rombazzo.

Te, Clitunno gentil, sempre in eguale Temperanza di sorte il Ciel mantiene, Alla stagione estiva e all’invernale Segui il tuo mormorio placido e lene, Lieto abbastanza colle limpid’onde Di farti specchio delle ombrose sponde.

De’ rivoli montani la ricchezza Accogliere nel grembo a te non piace, Per non turbar dell’acque la chiarezza E del tuo corso la modesta pace; Che tu basti a te stesso e non presumi Uguagliarti in dovizie agli altri fiumi.

Simile alla ritrosa verginetta Che pompa far de’ vezzi suoi non usa, si restringe in se casta e soletta
E le collane splendide ricusa; Che a far più bello il suo natio candore
Dell’orticello suo le basta un fiore.

Eppur, quantunque poverello e umìle, A minor gloria il nome tuo non sale; Che di Virgilio ancor nella gentile Campestre melodia vivi immortale,
E ancor sembra vedere uscir da’ tuoi Lavacri immacolati i bianchi buoi.1

Dal tuo monte natio scendeano un giorno Vene più ricche, se la fama e vera; Cento delubri alle tue rive intorno Feano la valle popolosa e altera, E di terme e di barche era frequente Questa salubre e amabile corrente. 2

Ma quando dai più eccelsi ai gioghi bassi Del tremuoto s’udì fremer la romba, Sviate allo scrosciar dei gravi massi, In sotterranei laghi ebber la tomba L’acque tue molte che nel sen dei poggi Stan forse occulte e silenziose anch’oggi.

Svelto e leggiero in sulla destra sponda, Di salici piangenti appo un boschetto, Sopra un clivo che il pié bagna nell’onda, Antichissimo s’alza il tuo tempietto,
Che mentre per mirarti in te s’affaccia D’esser sì vago par che si compiaccia.

Qui col nome d’Aroldo un dì venìa L’anglo bardo infelice al par che grande, Qui l’ispirato labbro a un canto apria Che ancor fra queste sacre ombre si spande:3 Oh quella nota sì soave e lieta Nell’itala armonia ch’io la ripeta!

« E tu, Clitunno, di tue chiare linfe Nei gelidi cristalli Offri specchio e lavacro Alle candide Ninfe. Tu pei bianchi torelli
Cresci coll’onde trasparenti e schiette Sulle tue sponde le virenti erbette.

» Il più puro dei Numi, a cui nel viso Eternamente splenda Di pace e d’innocenza almo sorriso, Certo sei tu: mai di nefasta, orrenda Strage il loco fu pieno, Ne’ l’acque rosseggiar di sangue infette, In cui godon mirarsi, e il casto seno Tergere e il molle fianco
Leggiadre verginette.

» Sulla gioconda balza A te, Clitunno, dove il colle inchina, Piccoletto e gentil tempio s’innalza; Sott’esso l’argentina Acqua cheta si volve, Mentre nei più profondi Seni s’aggira il pesciolin lucente, O lieto guizza a fior della corrente; E appare a quando a quando L’ondivaga ninfea lenta vogando, Ove bisbiglia il fiumicel più basso I suoi segreti amori Con roco mormorio fra sasso e sasso.

» Deh ti sofferma, o peregrino, un poco, E non partir se benedetto in pria Non abbi al genio che tutela il loco! Se il tuo ciglio accarezza Un zeffiro più blando, ei te l’invia; Se più verde freschezza
Questo margine allieta, e se nel core
Inusata dolcezza
Qui natura t’infonde, e con soave Battesmo in una breve ora gradita Lava la polve della stanca vita, A lui tu il devi; ed e per lui soltanto Se dei terreni affanni
Un dolce obblio ti riconforta alquanto! »

____________________

1 Georg., lib. II, 146. 2 Plinii Coec. , Epist., lib. VIII, 8. 3 G. Byron, Childe Harold, IV.

In villa, ottobre 1870.

Ritorna alla pagina indice

CLITUNNO

054

Note

Maria Alinda Bonacci

(Perugia 1841-1903), da famiglia originaria da Recanati, seguì severi studi classici e letterari e a 15 anni pubblicò una raccolta di “Canti” dedicati a Pio IX. Nel 1854 la sua famiglia dovette lasciare Perugia per motivi politici e si stabilì prima a Foligno e poi a Recanati. Nel 1868 tornò a Perugia e sposò Pietro

Brunamonti

da Bevagna.

Ebbe l’amicizia di illustri personalità: Mamiani, Tomasseo, De Sanctis, Zanella e Andrea Maffei, a cui dedicò i versi sopra riportati. Fu in ottima relazione anche con

Francesco Francesconi

di Trevi.

Altre pubblicazioni: Canti Nazionali (Recanati, 1860) ,Canti Campestri (Perugia, 1876), I Nuovi Canti (Città di Castello 1887), Discorsi d’Arte (1898) e Ricordi di Viaggio (Firenze 1905-1907, postumi). “A suo tempo la poetessa fu molto valutata, poi la critica l’ha ricondotta entro limiti più consoni” (da: Mario Tabarrini,

L’Umbria si racconta

, Foligno, 1982, s.v. “Bonacci”)