I terremoti locali
Tutto l’Appennino centrrale è interessato da attività sismica e nelle località che vi insistono ci si è adattati da secoli a convivere con terremoti ricorrenti. Tutte le vecchie costruzioni di Trevi ne recano le tracce.
Fino al XVIII secolo si rinforzavano i muri danneggiati con degli “speroni”, in alcuni dei quali sono stati inseriti mattoni a vista con incisa la data di costruzione. Dall’800 invece vengono poste in opera “catene “ o “chiavi”, che collegano le opposte facciate dell’edificio, consistenti in barre di acciaio (più anticamente erano in ferro soltanto le parti estreme, aggrappate alle travi di legno) con l’anello terminale, che fuoriesce dalla parete esterna, in cui è assicurato il “capochiave”. I più vecchi capochiave sono paletti di ferro forzati con un cuneo che per effeto delle eventuali deformazioni dello stabile scorre sempre più in basso, aumentando l’effetto di contenimento. L’evoluzione del sistema di ancoraggio e tensionamento della catena (generalmente un tondino di acciaio di diametro non inferiore a 25 mm) propende per l’impiego di bulloni su filettatura alle estremità o all’interno con tenditori a canaula. Dopo i terremoti del 1997-98 praticamente tutti gli edifici del comune sono stati “messi in sicurezza” con interventi sistematici che si sono protratti per quindici anni.
Si riporta di seguito la cronologia degli eventi sismici che hanno interessato Trevi, riprendendo i dati che Carlo Zenobi aveva raccolto nella sua Storia di Trevi 1746-1946, desunti principalmente dallo studio fondamentale di Pier Francesco Corradi, pubblicato dal prof. Taramelli nel 1896 e altri documenti di archivio. Anno 365, luglio 21 – «Terremoto inaudito. A quest’epoca si riporta la prima devastazione della Lucana Treviensis, ed in genere al tempo di Giuliano Apostata e Valente, anni 361-368. Non sembrando che la persecuzione di Giuliano possa aver devastato la città, può supporsi che la rovina avvenisse appunto pel terribile terremoto del 365 sopra accennato». (Natalucci, Tiberio. Indicazioni Storiche e memorie, 1858, ms. in casa Natalucci) (Zenobi 1987, pag. 27). Anno 444 – Altro terribile terremoto, al quale si attribuisce la riduzione delle acque del fiume Clitunno (Zenobi 1987, pag. 27). 1496 – Terremoto forte anche a Trevi, ma senza danni (Dagli Annali del Mugnoni) (Zenobi 1987, pag. 27). 1592 -(Archivio delle 3 chiavi, n. 518) «A dì 24 di novembre 1592 il martedì sera a tre hore di notte vicino alle quattro la vigilia di S. Catherina, essendo il padre don Gio. Battista da Verona proposto del monastero di S. Maria delle Lagrime, et il padre don Celso da Verona et io Raffaello da Savignano insieme a tavola nel refettorio, venne un terremoto tanto grande che fece crepare le muraglie di detto Monastero. Creporono tutte le volte della chiesa e del convento e cascorono tanti calcinacci che in tutto passariano due some; et anco creporono le pietre di marmo sopra le porte della: chiesa, e sopra l’occhio grande della chiesa sopra la porta caderono molte pietre cotte; di più seguitò la notte detto terremoto tirando da 50 volte et più, ma non con tanto empito perché avrebbe gittato a terra ogni fabbrica; di più detto terremoto gittò a terra in Trevi una casa intera dove fu trovato un giovine sotto cinque solari et fu trovato vìvo senza male alcuno: itera nota come la comunità di Trevio fece comandare la festa di S. Catherina. Item seguì detto terremoto per molti giorni, dove fu necessario dormire fuori di casa per molte notti non essendo sicura la casa. Fu anco necessario dormire nella stalla in terra, perché non si trovava luogo più sicuro. Fu in questa terra per questa causa fatta l’orazione delle quaranta hora, et bisognò andare don Celso et io alle processioni insieme con frate Vincenzio da Vincenzia [Valenti, Madonna delle lacrime, Pag. 81 riporta “Vicenza”] che portava la croce. A san Pietro in Bovaia fu fatto gran danno et essi padri vi furono alle processioni». Anche Durastante Natalucci parla di questi terremoti, ma li dice avvenuti nel 1590. Che sì tratti degli stessi terremoti si arguisce facilmente dalla circostanza del giorno in cui ebbero inizio e dalla caduta di una casa fra le cui rovine fu trovato illeso un giovane.1. Il Corradi attribuisce maggior fede al documento citato perché scritto da persona presente al fatto. (Zenobi 1987, pag. 27). 1689-90 – Durastante Natalucci parla di questi terremoti che incussero gran timore, ma non arrecarono danni. Se ne parla anche in un breve di papa Innocenze XI del 13 maggio 1689, con il quale si concessero ai trevani alcune indulgenze e dove si leggono fra le altre le parole seguenti: «Exponi nobis nuper fecerunt dilecti filii Universitas Terrae Trevi spoletan. dioc. illiusque territorii incolae quod ipsi novissime a frequentibus terrae motibus ita afflicti fuerunt, ut maxima inde Universitari et hominibus praefatis ac territorii Incolis damna et angustiae provenerint et adhuc proveniant». («Recentemente ci hanno fatto presente i diletti figli della comunità e territorio di Trevi, Diocesi di Spoleto, di essere stati ultimamente afflitti da frequenti terremotii e che hanno riportato e riportano ancora, danni e angustie»). Come si vede in questo documento, i terremoti arrecarono danni, mentre Durastante Natalucci li esclude» A spiegare ciò il Corradi suppone che il Natalucci intenda parlare della sola città, mentre i danni riportati nel breve siano accaduti, come in altri terremoti, nella parte bassa del territorio. Questi terremoti non furono circoscritti soltanto alla Valle Umbra, ma furono foltissimi e disastrosi in Romagna e nelle Marche (Mercalli) (Zenobi 1987, pag. 29). 1703 – In un memoriale, che trovasi allegato al verbale del consiglio generale del 9 dicembre 1703, si dice essere state le scosse «orribilissime e ruinose», in particolare la prima del 14 gennaio e si chiede che siano stabilite alcune devozioni da rinnovarsi negli anniversari «di quella ora che forse doveva essere l’ultima di nostra vita et irreparabile precipizio di tutta la terra di Trevi e territorio come seguì in altri luoghi». Nell’atto consiliare si dice che la detta scossa avvenne alle ore P/2 di notte. Durastante Natalucci riporta che a Trevi questi terremoti furono terribilissimi, ma i danni non ingenti, e che le acque del Clitunno diminuirono, arguendo ciò dal numero maggiore delle macine del molino che prima potevano essere messe in moto simultaneamente. Nell’articolo sulla città di Trevi inserito nel Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica del Moroni si legge che la facciata principale della chiesa della Madonna delle Lagrime si dovette alquanto abbassare a seguito dei terremoti di cui sopra.
Antonio Rutili Gentili, nell’opuscolo «Nuove riflessioni sulle cause naturali dei terremoti di Foligno», dice che il terremoto del 1703 «che percosse le città quasi tutte dell’Umbria, fu il famoso terremoto di Norcia che distrusse interamente quella città». Epicentro infatti fu Norcia. Il Mercalli (Catalogo, pag. 297) raccoglie le notizie di questo forte terremoto dell’Italia centrale avvenuto il 14 gennaio alle ore 2 di notte e ripetutosi il 16 a Roma, il 18 negli Abruzzi e nell’alta Italia, ed il 20 a Guastalla e Verona, con franamenti presso il lago di Garda. Il 2 febbraio con violenza ancora maggiore, due scosse in Roma aprirono le volte della Basilica Vaticana, causando però pochi danni in città. Fu disastroso nell’appennino centrale: ne patirono Spoleto, Camerino, Narni, Terni, Loreto, Chieti, e specialmente i dintorni di Leonessa, Cittaducale, Aquila, Cascia e soprattutto, come già detto, Norcia. Il papa esonerò per anni cinque dalle pubbliche imposte le città più colpite. Si parlò di 15. 000 vittime. Il giorno 3 febbraio, alle ore 20, 45 si replicò una scossa, ancora fortissima, a Roma, per la quale rovinarono tre archi del secondo recinto del Colosseo. Le scosse si ripeterono frequenti sino al giorno 25 e furono sentite nei dintorni di Gubbio, Spoleto, Perugia e San Marino. Continuarono le scosse frequenti nel marzo. Sembrerebbe che Trevi, non ne abbia però molto risentito (Zenobi 1987, pag. 29). 1730 – Durastante e Tiberio Natalucci ricordano il terremoto riportato a quest’anno nel Catalogo Mercalli ed il cui centro sembra che, al pari dei precedenti, fosse Norcia, che restò ancora una volta quasi completamente di strutta. Anche in questa circostanza Trevi ebbe poco a soffrire (Zenobi 1987, pag. 29). 1741-47 – I terremoti di questi anni furono sentiti anche a Trevi, ma senza danni, mentre afflissero altre città dell’Umbria e delle Marche. A favore dei danneggiati il papa Benedetto XIV elargì centomila scudi (Zenobi 1987, pag. 30). 1752-53 – «Tanto che continuando i detti terremoti resta proibito per anni tre di far le mascare ed altre cose carnevalesche. Si seguitano a fare delle divozioni. Si elegge per una tal causa S. Francesco Solano e si stabilisce di far suonare le campane del pubblico e delle chiese in memoria che Trevi non restò subbissato circa un’ora e mezza della notte, ad onore dei sette martiri di S. Emiliano, come il tutto nei libri delle riformanze al detto anno; restando ancora ottenuta la indulgenza del giubileo dal papa e dati anche l’esercjzi spirituali, come alle memorie pubbliche in communità di Trevi» (Historia del Natalucci: aggiunte successive.) Dunque paura tanta, ma fortunatamente niente danni di rilievo. Il Catalogo Mercalli registra queste scosse. Negli anni successivi non si ebbero più scosse e le feste carnevalesche furono riprese nel 1756. È logico pensare che la proibizione delle manifestazioni carnevalesche in tali frangenti era dovuta, oltre che a motivi religiosi di propiziazione, anche per evitare assembramenti, specialmente in luoghi chiusi (Zenobi 1987, pag. 30). 1767 – Dai verbali della visita pastorale si ha notizia che un terremoto del 1767 danneggiò l’antica chiesa della frazione di S. Lorenzo. Di questo terremoto non si ha altra notizia (Zenobi 1987, pag. 30). 1791 – II terremoto avvenuto l’11 ottobre produsse alcuni danni ai molini della Faustana (allora di proprietà del comune di Trevi) (Zenobi 1987, pag. 30). 1832, 13 gennaio: Foltissimo terremoto che coinvolse tutta la valle umbra ed anche Trevi riportò molti danni, come meglio apprendesi nella relazione che segue:
«Per le scosse del 13 gennaio presso Cantagalli, nella parte più depressa della valle umbra, si formarono nel suolo molte screpolature e si aprirono in alcuni luoghi fori rotondi. Presso Cannara si alzò improvviso il livello dell’acqua in due pozzi. Qualche giorno prima del 13 si erano sentiti rumori sotterranei. Questo terremoto si estese per circa 30 miglia verso gli Appennini e 100 miglia verso le inferiori Maremme. Si sentì debolmente l’ondulazione a Roma e a Parma. I paesi posti nella pianura soffrirono maggiori danni di quelli che si trovano sulle colline, benché distanti poche miglia da quella. Si paragoni, per esempio, Trevi con Bevagna: confrontando gli «incassi e spese fatti in soccorso degli abitanti della provincia di Spoleto percossi dal terremoto del 13 gennaio 1832» risulta che da quell’epoca a tutto agosto 1832 per Bevagna erano stati spesi scudi 8347 per restaurare 125 case ed occorrevano ancora 6000 scudi per restaurarne altre 120; e che per Trevi erano stati spesi 2707 scudi per restaurare 90 case ed occorrevano ancora scudi 500 per altre 41 case. Il danno dunque per Bevagna superò di scudi 11.140 ed il numero delle case danneggiate di 114 quello di Trevi, sebbene Bevagna abbia un territorio meno esteso ed un minor numero di case». Secondo i calcoli fatti dall’ing. Sabbatino Stocchi di Trevi, il numero delle case nel territorio di Trevi era allora di 1172, e di esse, dopo i terremoti, 48 minacciavano rovina, 72 erano del tutto inabitabili, 172 abitabili in parte, 579 avevano lesioni leggere, e 301 erano abitabili; e tutto il danno ascendeva a scudi 52143. 96. «Questa somma considerata da sola non è piccola; ma sembrerebbe assai tenue se fosse posta a confronto coi danni toccati ad altri paesi»Le scosse replicarono più o meno fortemente fino al 15 marzo e furono rovinose, specialmente due, avvenute alle 2 e alle 5 pomeridiane del 13. Tutti questi ripetuti scuotimenti fecero cadere gran parte della basilica di S. Maria gli Angeli ad Assisi (Zenobi 1987, pag. 30 e seg.).
I danni effettivi (per il territorio di Trevi) ammontarono a scudi 25.000 (!) contro i soli 7500 avuti in sussidio. Numerose furono le demolizioni che fu necessaario operare; numerosissime puntellature; molti i permessidi occupazione di suolo pubblico per gli speroni di sostegno (… che ancor oggipossiamo osservare). Furono danneggiati (sia pure non gravemente) anche il palazzo comunale, , la caserma delle guardie di polizia, la chiesa della Madonna delle Lagrime e fabbricati annessi e il palazzo Lucarini. Il collegio omonimo venne trasportato provvisoriamente nel palazzzo Valenti di via S. Francesco (Venturini) L’illluminazione pubblica, in così triste frangente, venne protratta sino all’aurora (Rif. 12 aprile 1832) (Zenobi 1987, pag. 164). 1854, 11 e 12 febbraio: Forti scosse di terremoto tra Perugia e Foligno. Molti danni in Assisi; Bastia molto rovinata. Altre scosse si sentirono alla metà di maggio. A Trevi le scosse si sentirono con discreta intensità, ma non vi furono danni (Zenobi 1987, pag. 31). 1859, 22 agosto: Terremoti gravi a Norcia e territorio: 106 morti e 80 feriti. A Trevi si sentirono con poca intensità (Zenobi 1987, pag. 31). 1873, mese di marzo – II terremoto nell’Italia centrale colpì molte zone, tra le quali Spoleto. A Trevi si sentì forte, ma non si registrarono danni (Zenobi 1987, pag. 31). 1878-81 – Nei giorni 15 e 16 settembre 1878 vi furono in Umbria violente scosse, alle quali ne tennero dietro altre frequenti ma leggere, che durarono fin verso la metà di novembre dello stesso anno. Dopo quell’epoca si è sentito di tempo in tempo qualche piccolo terremoto, e si può dire che la terra non è stata lungamente in riposo fino al marzo 1881, in cui le scosse cominciarono ad essere più frequenti. Nel giorno 11 marzo e nella notte fra l’11 e il 12 furono quasi continue e quattro di esse fortissime. Quindi tornarono a decrescere; ma ancora di quando in quando andarono ripetendosi, però con debole intensità sino ai primi giorni dell’agosto 1881.
Esaminando i danni cagionati dalle scosse del 1878, il prof. Corradi rilevò «come sia stata molto diversa la loro efficacia nelle varie qualità dei terreni. Infatti a Trevi, che riposa sopra compattissima roccia calcarea, si riaprì soltanto qualche vecchia spaccatura nei muri degli edifici ed alcune case quasi crollanti poco o nulla furono danneggiate; mentre nella pianura sottostante a Trevi, formata da terreni di trasporto di fortissimo spessore, le fabbriche anche le migliori, furono sconquassate. Ciò avvenne anche nel terremoto 1831-32 ed in altri terremoti.
I terremoti del marzo 1881, quantunque forti come quelli del 1878, tuttavia causarono leggerissimi guasti tanto in città come in campagna. Nel tempo che le scosse si succedevano più frequenti, i cani ed altri animali si mostrarono continuamente agitati. Si videro persino saltare e correre come impazziti cavalli, asini e muli. La temperatura era molto elevata e l’aria soffocante. L’ago del galvanometro dell’ufficio postale di Trevi si agitava. Anche il giorno 8 agosto in cui fu sentita una scossa leggera, si notò che l’aria fino al giorno innanzi era soffocante e caliginosa». Il prof. Corradi fa notare che le scosse del 1878 e 1881 ebbero il loro centro nella valle umbra fra Trevi e Montefalco (Zenobi 1987, pag. 32). 1882, 12 aprile – Verso le ore 17 due leggere scosse. La temperatura era molto bassa. Il 3 maggio altre tre leggere scosse: ciclo caliginoso e aria soffocante. La mattina del 26, fra le 4 e le 6, tre scosse: una piuttosto forte. La sera del 18 dicembre, poco dopo le 22, 30, due scosse di discreta intensità. L’aria era quieta e la temperatura mite (Zenobi 1987, pag. 32). 1884, 9 maggio – leggera scossa. 15 agosto: due leggere scosse di terremoto ondulatorio alle ore 20, 30 e 20, 45 (Zenobi 1987, pag. 32). 1885, 28 febbraio. -Scossa di leggera intensità alle ore 22,13. Cielo caliginoso e temperatura piuttosto bassa. Il terremoto fu ondulatorio (Zenobi 1987, pag. 33). 1892-94 – Tralasciamo di annotare le scosse di leggera intensità. Segnaliamo quelle del 12 febbraio 1892 e del 1 gennaio 1894 che per la loro durata misero alquanto in allarme, ma non procurarono alcun danno (Zenobi 1987, pag. 33). 1905, 9 dicembre, ore 16, 30: violenta scossa di terremoto ondulatorio: molta paura, ma niente danni. Abbiamo appreso la notizia da «La torre di Trevi» (Zenobi 1987, pag. 33). 1965 – Per completezza non possiamo passare sotto silenzio le molte e non leggere scosse del maggio 1965, senza notevoli danni.2, ma che misero a dura prova i trevani.
Non abbiamo notizia di altri terremoti.
Ci troviamo in zona sismica? Per la risposta riportiamo quanto abbiamo trovato in «Campagne umbre» del Desplanques: «II Lias inferiore è caratterizzato da un calcare bianco dolomitico … È una roccia dura e rigida … sottoposta a ripetuti movimenti tettonici … forma la collina ove sorge Trevi». «L’Umbria è tra le regioni più travagliate della penisola. La tabella della frequenza delle scosse, compilata dal Cavasino per il periodo 1891-1930 è significativa a tal riguardo: Umbria 1727 – Abruzzo 1110 – Calabria 1096. (Sicilia 3733 — Sardegna 4)» (Zenobi 1987, pag. 33).
Di seguito alle notizie raccolte da C. Zenobi, si segnalano gli ultimi eventi interessanti Trevi. 1997, 12 maggio: Massa Martana. 1997, 26 settembre: Cesi e Annifo. Varie scosse fino a giugno 1998. Sono state seriamente danneggiati tutti gli edifici costruiti prima degli ultimi trent’anni, eccetto quelli oggetto di interventi di trasformazione e di consolidamento più recenti. Nessun crollo ma inabitabilità per moltissimi stabili. La ricostruzione si è protratta oltre il primo decennio del secolo. 2016, 24 agosto: Accumoli e Amatrice. A Trevi non si sono registrati danni visibili negli edifici (praticamente la totalità) oggetto di interventi dopo il 1997. 2016, 26 ottobre: Norcia. Leggerissime fessure negli intonaci denotano l’accumulo degli effetti delle sollecitazioni: Nella Chiesa della Madonna delle Lagrime ha ceduto il tirante che assicurava la pareti della navata maggiore, prontamente sostituito, senza visibili danni all’edificio. 2018 varie scosse con epicentro in alcune località della Valle del Clitunno.
… e, almeno per ora, speriamo che basti!
Note
1) Si tratta di Ortenzo Origo (o Urigo, o Urighi), di nobile famiglia trevana. Ne dà notizia il maestro e poeta Andrea Vitellozzi. La strorfa che descrive l’evento è riportata anche nella pagina dedicata ad un convegno del 2013 su Santa Caterina
2) L’ammirevole ottimismo che favorì la longevità di Carlo Zenobi, gli fa dimenticare che, sebbene i crolli interessarono soltanto qualche comignolo già malfermo, moltissimi edifici necessitarono di radicali interventi di consolidamento e rifacimenti.