Dal CORRIERE DELLA SERA del 14/8/1963 ________________________________________________
Alla ricerca di villeggiature tranquille
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FELICI SENZA SFORZI
A Trevi, in Umbria, ci si diverte con nulla, come in una recita. Il gioco degli
specchi e le automobili appese a un gancio. Un veliero passa tra i vigneti.
Qui è proibito l’ingresso al Ferragosto. Altra strada aperta alle automobili non c’è se non quella che correndo a spirale intorno al colle porta allo spiazzo sul sommo, l’unico tratto piano di Trevi, nell’Umbria. Il colle è ripido, le case, viste da lontano, sembrano sovrapposte l’una all’altra, le viuzze una salita continua, anzi più gradinate che viuzze, strettissime, di mattoni rossi, ogni tanto un piccolo slargo per riprender fiato, ci si siede su un gradino morbido dell’erba che cresce fra mattone e mattone, ogni porta ha una cornice d’edera, tranne quelle delle case gentilizie con un bell’arco di pietra serena sul quale è scolpito lo stemma.
Le prime case sono al livello della via Flaminia, non lontano dalle Fonti del Clitunno, l’ultima, il municipio, dalla facciata costellata di tante lapidi quanti furono gli uomini illustri che vi si trattennero anche solo cinque minuti, è lassù, a cinquecento metri. Qui villeggiano non soltanto i forestieri (romani, fiorentini, perugini) ma si assiste, tutte le estati, a una migrazione interna. Gli abitanti “bassi” prendono in affitto le case in alto, i proprietari delle quali scendono a respirare il caldo dell’asfalto della via Flaminia rinunciando alla vista che si gode dalle loro finestre: tutta la pianura spoletina, un mare di verde, con toni, la mattina e verso il tramonto, di celeste, da sembrare un mare davvero, e c’è chi dalla terrazza del municipio vede talvolta vele e navi, e grida, e tutti corrono, ma regolarmente la nave è sparita.
Città felice. I rumori e gli odori del traffico non giungono che alla prime case. Dai cinquanta metri in su silenzio assoluto. Neppure lo scalpiccio dei passi, essendo, come s’è detto, i gradini delle viuzze ricoperti d’erba o di muschio. Ammesso e non concesso che nell’interno di Trevi dell’Umbria, potessero circolare automobili, i parcheggi dovrebbero essere perpendicolari, perché non c’è un metro che sia piano. Per parcheggi perpendicolari intendo muri muniti di ganci sui quali appendere automobili dalla parte del muso, e il muso delle automobili che circolassero per Trevi nell’Umbria dovrebbe perciò essere provvisto di un anello.
Vecchi canti
La piazzetta del municipio – a parte i gridi, ogni tanto, di chi crede vedere piroscafi all’orizzonte della pianura spoletina – è la piazzetta più tranquilla del mondo. Poche rondini e silenziose. Un caffè dove ci si siede senz’obbligo di ordinare niente, un “circolo di lettura” i cui soci passano la giornata a prendere il fresco fuori, senza scambiare una parola, evidentemente rimuginando le lontane letture degli anni di scuola. Il municipio con quello che col cannocchiale guarda le navi, una casa alla balaustra della cui terrazza stanno affacciate due ragazze immobili, forse finte, e tutte le finestre intorno hanno le persiane chiuse. Gente che passa la giornata a guardare tra le stagge. Le viuzze popolate verso mezzogiorno di villeggianti che essendo scesi la mattina nella pianura con la speranza di vedere da vicino un veliero o una motonave, tornano su col bastone da alpinista. Si sente il loro respiro. Dalle case coperte dall’edera e con piccoli orti dai quali sporge un melograno o un girasole, voci di donne o di bambini. Pochi i canti. Quei pochi, motivi vecchissimi. “Son fili d’oro i tuoi capelli biondi”.
Nella parte bassa di Trevi l’aria è calda e ferma. Via via che si sale si muove e si rinfresca, sino al municipio sul cui tetto un gallo e una banderuola girano a velocità pazzesca. Non c’è casa che non abbia un gallo o una banderuola. È un girare continuo, con un ronzio al quale piano piano si fa l’abitudine. Usano mettere una lamina di metallo accanto alla ruota dentata dell’asta della banderuola o del gallo, come i ragazzi che per ottenere dalla bicicletta un rumor di motorino, applicano ai raggi della ruota posteriore una linguetta di cartone. Gli abitanti delle case basse, dove non c’è vento, fanno girare i galli o le banderuole per mezzo di piccoli apparecchi elettrici.
Così, durante l’estate, ci si diverte a Trevi nell’Umbria, famosa, d’altra parte, per il suo gioco di specchi, i quali, poi, non sono specchi, ma semplicemente vetri di finestre, i quali, colpiti dal sole, lampeggiano, ma non tutti insieme. Ora se n’accende uno, ora un altro, come tanti piccoli fari. Un monte ch’è un continuo scintillare, e da tutta la pianura spoletina si può assistere a questo splendido gioco, il quale, tramontato il sole, si rinnova con al luce delle lampade che s’accendono ad una ad una. Il comune ha grandi progetti, ma occorre denaro, molto denaro. Vorrebbe far girare il colle su un grande perno d’acciaio e tungsteno, così che il gioco delle luci del sole e delle lampade risultasse a Foligno, a Spoleto, a Spello, alle Fonti del Clitunno e in tutte le altre località della pianura più vario e più ricco.
Quasi una recita
La sera ci si raduna nella piazzetta in alto. Chi siede al caffè, chi passeggia, chi parla di quanto è accaduto durante la giornata, chi rimugina le lontane letture del tempo di scuola. Ma chi siede al caffè non beve nulla, chi passeggia non fa rumore, chi parla si limita ad aprire la bocca senza emettere suoni come una recita. La fanno da anni e anni. C’è chi viene a villeggiare a Trevi dal 1910. Il cameriere passa di tavolo in tavolo portando vassoi con bottiglie e bicchieri vuoti. Tutti fingono di bere o guardano il cielo attraverso il bicchiere dicendo ch’è rosso o che è verde secondo che fingano di bere lampone o mente.
Dalla piazzetta partono, in discesa, stradette piene di botteghe dove si compra per gioco. Entri, per esempio, dal macellaio, acquisti un chilo di carne, paghi e te ne vai. Poco dopo ricevi a casa la visita del garzone del macellaio che ti riporta il denaro e tu gli restituisci l chilo di carne.
A Trevi nell’Umbria si villeggia così, col ronzio dei galli e delle banderuole, il gioco delle botteghe, il cielo verde visto attraverso un bicchiere senza menta.
Pensate agli sforzi che in tutti gli altri posti di villeggiatura si è costretti a fare per divertirsi. Bisogna mangiare montagne di roba, mandare giù bevande con grossi pezzi di ghiaccio, spendere somme enormi, correre in motoscafo, volare in automobile, ballare, saltare, cantare guardare la televisione, ficcarsi dentro le funivie oscillando sulle punte dei ghiacciai, mentre qui, per due mesi, si può rimanere digiuni senza danno per la salute immaginando fagiani e uccelli lira e vedendo il cielo di tanti colori quante sono le bevande che si può fingere di avere nel bicchiere.
Quando poi – verso, dicono, il 1970 – ci sarà il perno attorno al quale il colle girerà con un sommesso suono, sembra, di carillon, allora la felicità sarà perfetta.
E ogni tanto il grido di chi, dal municipio, vede un veliero, allora tutti smettono la recita, corrono, affollano la terrazza, guardano da tutte le parti, e se anche non vedono niente poco importa. Un giorno o l’altro il veliero passerà.
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*Giovanni Mosca (Roma, 14/7/1908 – Milano, 26/10/1983) giornalista, scrittore e disegnatore satirico.