S. Marino Mazzara – Profili storici Trevani

Salvatore Marino Mazzara.1

Profili storici trevani

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Pagina in elaborazione

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[Note: La descrizione, con molta poesia e qualche imprecisione, tratta di alcune istituzioni da tempo scomparse. Le notizie furono riprese principalmente dal manoscritto del Natalucci, poi pubblicato nel 1985.

Nella trascrizione è stata cambiata la è grave in é acuta (perché. poiché, invece di perchè, poichè come figurano nel testo originale) Il testo in colore tra parentesi quadre [xxx] è stato aggiunto all’atto della trascrizione.
Tra parentesi acute <X> è riportato il numero della pagina dell’estratto e di seguito il numero della pagina nella rivista originale.

Le parole divise a fine pagina sono state trascritte per intero nella pagina in cui avevano inizio]

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<3> Lusso e ricchezza nel monastero delle Clarisse. — Povertà serafica tra le monache di San Bartolomeo. — La Compagnia delle Stimmate nella chiesuola di Santa Reparata. —Il “Monte Frumentario” — I legati di maritaggio. — Il Collegio Lucarini. — Frati ed artisti nella chiesa di San Martino.

Monastero di S. Chiara. — Pur troppo: quelle monache clarisse trevane verso il cinquecento si erano molto allontanate dallo spirito della loro madre Chiara d’Assisi, della santa vergine umbra, la quale chiese ed ottenne che la più rigida osservanza della povertà evangelica fosse un privilegio (notate: un privilegio!) per sé e per le sue prime compagne in S. Damiano.

Basti dire che le clarisse di Trevi possedevano beni allodiali, cenci e poderi nel territorio trevano, e godevano una rendita annuale di ventimila fiorini(1). Le sue 29 converse ed educande avevano ciascuna una dote di 700 fiorini. Il lusso signorile, nel quale vivevano, scintillava anche nella loro piccola e magnifica chiesa; infatti nel 1779 l‘altar maggiore, adorno con stucchi dorati, splendeva di lampade e vasellami d’argento, ed era molto venerato per varie reliquie di Santi.

Intendiamoci bene: in questo vivo sentimento inondano prevalevano di certo abitudini secolaresche, congiunte a un po’di vanità femminile, alle raffinatezze d’una vita superficiale e brillante, che amava le più vaghe attrattive e cornici dell’apparenza; però sulla moralità o buon costume dire quelle figlie di S. Chiara non c’erano macchie di sorta, e nemmeno un’ombra leggiera. Tutto il male proveniva dal paganesimo intellettuale, dominante in quel secolo, e dal cattivo esempio dei Frati Conventuali di Trevi, i quali coi loro privilegi rilassativi non erano, adatti a ricondurre sulla via della più stretta osservanza della Regola

(1) Durastante Natalucci, Historia universale di Trevi, opera manoscritta e inedita del 1745. Questa cronaca preziosissima, di mille e più pagine in folio, appartiene adesso, al distinto trevano Giuseppe Natalucci.

<4 (144)> quelle cteature un po’ frivole e dissipate, di cui erano i direttori spirituali.

Nel 1502 il P. Egidio Delfini d’Amelia, Ministro Generale dei Frati Minori, si mostrò molto severo con queste monache trevane di Santa Chiara. Così Nicolò Mugnoni negli Annali,[Gli “Annali” del notaio trevano Francesco Mugnoni, dopo la morte del cronista furono continuati dal figlio Nicolò] ci racconta l’episodio: «L’à ben gasticate de parole e dove c’è bisognato factj, l’à factj. Àlle poste in grande astinentia de vestire, de conversatione con secolari, et allo offitio divino ànno avuto grande ordine, et multe più cose che dire non posso che è troppo longa». Quel Nicolò, figlio di Francesco Mugnoni, era bene informato.

Sicchè un giorno il Comune di Trevi pensò di prendere varie decisioni, per far tornare lo spirito francescano nel monastero di S. Chiara: «Elesse deputati per riformare le dette monache e venne ad altre risoluzioni per il loro vivere licenzioso, acciò che non vi accedessero i chierici ed altre persone, e poi mediante altra deputazione procurò soggettarle a Mons. Vescovo come fu fatto l’anno 1563, e vi restarono sottomesse, talvolta non senza il di loro risentimento, tanto che venne ad altra deputazione per quietarle»(1).

È ammirevole cosa il vedere con quale sollecitudine e con quanta affezione il Comune trevano s’interessava dei frati e delle monache della città, che erano in gran numero. Offriva loro continue elemosine in denaro, donazioni di cera e di grano, e li aiutava a celebrar degnamente certe festività religiose. Cercava inoltre di ricondurre pietosamente sulle vie della santità tutte le monache un po’rilassate o ribelli, affidandole a buoni direttori spirituali da lui prescelti, scegliendoli spesso nell’Ordine dei Minori Osservanti, per i quali sentiva una fiducia grandissima. Riconduceva sotto la giurisdizione episcopale quei monasteri che cercavano di sottrarsi al giogo della santa obbedienza verso le autorità ecclesiastiche.

Leggendo la storia inedita di Durastante Natalucci, si prova un sentimento d’ammirazione per questa città guelfa, che viveva nella luce di una fede limpida e serena, fede chiara come il Clitunno alla pianura, e

Beata. del sorriso di Francesco.

Le creature serafiche di S. Bartolomeo. ― Ogni medaglia ha il suo rovescio, e la vita ha doppio aspetto. Tanto erano ricche e un pochino

(1)Natalucci, op. citata al capitolo: Il monastero di Santa Chiara, pagg. 265-266.

<5 (145)> mondane le monache di S. Chiara, ed altrettanto povere ed ascetiche erano le Terziarie francescane di S. Bartolomeo. Ci sono anime veramente buone che pregano per quelli che non pregano più, e magari talvolta bestemmiano Dio, senza conoscerne l’implacabile amore; ci sono anime sante e squisite che si sacrificano e adorano volentieri per scontare i peccati degli altri. Chissà quante volte le dieci monache di San Bartolomeo, creature serafiche come le clarisse di S. Lucia in Foligno(1) avranno pianto e pregato lungamente per disarmare la divina giustizia, accesa di sdegno contro le Religiose trevane di S. Chiara, dimoranti presso le mura urbiche.

Il Monastero di S. Bartolomeo della Regola Francescana, detto anche il Conservatorio delli Sacchi, esisteva poco lungi dal portico del Mostaccio(2) ed è umile e ristretto nella fabbrica. Non ravvisasi come restasse fondato trovandosi che derelitto possedevasi da Bartolomeo di ser Giacomo Paolucci. Venne ricomprato nel 1495 da alcune zitelle trevane, che desideravano vivere religiosamente, aderendole il Comune e concedendole su l’instanza fiorini 50 di elemosine»(3).

La loro chiesuola era veramente piena di povertà francescana: «O ricchissima povertà!» avrebbe gridato S. Bonaventura, guardandola. Niente vasellami d’argento cesellato e magnifici ornamenti di velluto e d’oro, come nella chiesa delle Clarisse vanitose e signore, ma soltanto due modesti altari, pieni di bellezza liturgica: il primo di essi, consacrato al titolare S. Bartolomeo, era dotato dal nobile Venturino Venturini, e l’altro, dedicato a Giovanni il Battezzatore, aveva per dotazione

(1) Salvatore Marino Mazzara, Monache francescane del Rinascimento in S. Lucia di Folignoin «Studi Francescani» di Firenze, anno VIII (1932) N. 2. — Marino Mazzara, Pitture e chiese antiche dell’Umbria: S. Lucia di Foligno, in n «Arte Cristiana» di Milano, Luglio 1921, N. 7.

(2) É un portico o androne medioevale, dalla grande volta a sesto acuto; qualcosa di simile alla Maestà delle Volte in Perugia: è sito presso le case degli Zenobi [Attuale via Dogali. Gli Zenobi abitavano, fino ai primi anni ’20 del Novecento la casa d’angolo, verso sud, all’inizio di via dell’Asilo Infantile, ora via Cavour]. Questo portico del Mostaccio era un ingresso della città, nel medio evo. Allesterno ed in alto vi sorride una bifora marmorea armoniosa leggiadra: lunica che esista in tutta Trevi.

(3) Natalucci, op. citata al capitolo: Monastero di San Bartolomeo, pagg. 263 – 271. — Il detto cronista trovano, nel parlare di questo monastero e dell’altro di S. Chiara, dà nel testo parecchie indicazioni di riformanze municipali, di tanti storici documenti darchivio, tra cui il Liier Camerariati, etc. Chi vuoi, dunque, avere maggiori notizie, si rivolga al dotto archivista del Comune conte Tommaso Valenti.

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sette pezzetti [nel testo: pezzeti] di terra. Il Comune trevano esercitava un diritto di patronato sulla chiesa e sul monastero e solennizzava la festa di S. Bartolomeo «con Processione ed Illuminata (luminaria) nel modo che si teneva per la festa di S. Emiliano» (1).

Quelle Terziarie regolari fino al 1536 non passavano il numero di dieci. Il Comune era con esse generoso e devotissimo, poiché si mostravano, non già indocili e torbide come le Clarisse di giù, ma umili e mansuete, obbedienti alle riforme comunicative cioè ai decreti o riformanze dei Magnifici Priori «Comunitatis Terrae Trevanae».I pubblici magistrati davano loro vino, grano, fiorini, e inoltre facevano restaurare le loro umili ed anguste cellette, certo visitate sovente da parvenze celesti.

I Frati Conventuali, che avevano turbato l’animo delle Clarisse, rafforzandone le velleità mondane invece di spegnerle, volevano forse riuscir dannosi anche a quest’altre, più giudiziose e caste. Tentarono di averne la direzione spirituale, vantandosi di un certo privilegio, loro concesso da papa Sisto IV, per volere sostituire in quel delicato ufficio i Frati Minori di S. Martino. Ma il Comune di Trevi, sempre degno di ogni elogio, non ne volle saper nulla, e tenne duro con fermezza ammirabile; anzi decretò che le religiose di S. Bartolomeo restassero affidate alla cura dei Minori Osservanti «perché bramava vivessero con bone regole».

Adesso quel vecchio monastero si è trasformato in un «Asilo d’infanzia». I bimbi trevani vi effondono un sottile profumo di bontà o d’innocenza, al pari delle antiche monache terziarie, che in chiesa stavano sempre con le braccia serrate in croce sul cuore, e col cuore vicino a sbocciare in un limpido canto.

All’esterno, sulla facciata, si ammira un pregevole dipinto di Antonio Mezzastris, che rappresenta l’Annunciazione della Beata Vergine (2). Quelle figurazioni celesti dagli occhi puri e dai volti calmi, mandano all’intorno, in quelle deserte viuzze medievali, un divino sogno di preghiera e di pace.

O monache angeliche di S. Bartolomeo, che qualche volta chiudeste nella profondità e nel mistero dell’anima uno sterile e puro sogno

(1) Natalucci, op. cit. f. 268

(2) Al disotto vi si legge un’iscrizione, che senza le solite abbreviature dice così: Sancto Bartholomaeo ad Trevae protectionem dicatum. Il Mezzastris dovette eseguire quell’affresco nel 1488, quando venne a lavorare nella Chiesa di S. Martino, Ma è poi opera sua ? Io ne dubito un poco.

<7 (147)> di maternità umana, proteggete dall’alto quella nidiata di bambini di Trevi, che vivono e giuocano tra i muri della vostra pallida casa lontana, dove silenziosamente voi avete, per amore di Cristo, consumato la giovinezza, sacrificato la vita, e atteso con dolcezza la morte.

La Compagnia delle Stimmate a S. Reparata.«La chiesa di S. Liberata, o vero Reparata, come variamente leggesi, è unita alle mura Castellane. Fu piccolissima in suo principio e con una sola porta di riempetto all’altare esistente entro il torrione delle suddette mura, con l’Immagine della Madonna e della stessa Santa, la quale (la chiesa) anticamente era sub patronato della Comunità e custodivasi da un Cappellano» (1).

Questa chiesarella trevana venne demolita nei 1854, quando si fece la strada comunale TreviStazione. Però rimane la torre antica, che doveva essere quadrata; in essa si ammira un leggiadro profilo di Madonna in trono, che, malgrado i cattivi restauri, rivela il magico pennello di Giovanni Spagna.

Nel 1625 vi fu canonicamente eretta la Compagnia o Confraternita delle Stimmate, che aveva lo scopo di venerare maggiormente il Santissimo durante l’esposizione delle Quarantore. I suoi confrati Terziari dovevano essere trenta, ed indossare il ruvido sacco del Terz’Ordine. durante l’ora di guardia al Sacramento. Dovevano inoltre essere scelti tra i più distinti cittadini trevani con «facoltà di potere ammettere dei Novizi che li succedessero per caso non havessero lasciato figli e nepoti» (2).

Nel 1645 il Comune concesse o cedette la chiesuola a questa Compagnia delle Stimmate con l’approvazione del Vescovo diocesano; e allora vi fu collocato un nuovo altare col quadro di S. Francesco d’Assisi mediante un pio legato di Luca Venturini. La detta confraternita, istituita da P. Silvestro da Fabriano, Minore Cappuccino, era ricca di numerose indulgenze, di cui alcune furono concesse nel 1626 da papa Urbano VIII.

Il monte Frumentario. I legati di Maritaggio. –Il Collegio Lucarini. La venerabile Compagnia delle Stimmate fu fatta «dispensatrice del Monte Frumentario di Rubbia 100 di grano, erettoli col proprio

(1)

Natalucci, op. cit. al capitolo: Chiesa di S. Reparata, pagg.167 169.

Natalucci, op. cit. f. 169.

<8 (148)> maganzino e l’annuo frutto di scudi 400 dal signor Virgilio Lucarini, che con l’iniziativa dei suoi confrati del 1644 se fo anca avanzato di Rubbia 112, benché ogni anno ne avesse consumato Rubbia due per distribuirlo ai poveri nel terzo giorno di Pasqua»(1).

Inoltre quel pio sodalizio venne nominato legatario di venticinque scudi pel mantenimento di lui e della sua chiesuola con l’obbligo di spenderne dodici per messe da celebrarsi ogni anno nel duomo di S. Emiliano, e di essere amministratrice del Seminario, ugualmente fon. dato dal’magnifico Virgilio «ac studiosis adolescentibus alendis et erudiendis (2).

Stante il buon successo finanziario di quel monte trevano «tritico redundantem» vennero elargiti regolarmente sei legati di maritaggio, a favore di sei fanciulle povere e virtuose «oriunde del Terziero di Matigge, comprese anche le nate da padri forestieri». In sex virgines laborantes in paupertate quotannis distribuenda e la distribuzione cominciò nel 1673, dopo la morte di Mons. Reginaldo Lucarini erede usufruttuario del Monte.

Per l’incremento del Seminario Lucarini, che Virgilio aveva fondato nella sua abitazione, sita rimpetto al duomo, questi legati di maritaggio vennero ridotti fino a scudi 50 in progresso di tempo. Ma la benemerita Compagnia dei Terziari di S. Reparata dovette sostenere una lite asprissima con le ville del Terziero di Matigge, le quali mal tollerando la diminuzione delle doti primieramente ottenute fecero ricorso alla Sede Apostolica per ottenere l’annullamento d’un Breve di papa Benedetto XIII, che permetteva la parziale devoluzione di quei legati a vantaggio del trevano Seminario degli Studi.

Per spiegar meglio il vivo interesse che gli abitanti di Matigge, contrada trevana, avevano circa quei legati di maritaggio, assicuranti alle ragazze più sobrie e povere la «dote isfolgorata» di cento scudi romani, bisogna conoscere un po’ le costumanze di Trevi in quell’epoca storica.

Nel secolo XVIII la dote delle ragazze trevane poteva arrivare sino a duemila scudi, perché dal 1590 si lasciò nuovamente ampia libertà di dotare le fanciulle nel miglior modo possibile, e di dar loro per corredo

(1) Natalucci, op. cit. «Chiesa di S. Reparata».

Da un’epigrafe posta il 1675 nella facciata del Seminario,Lucarini e ora collocata all’esterno di questo Collegio Lucarini.

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nuziale abiti guarniti d’oro e d’argento, che però vennero proibiti nel 1736 da Clemente XII, Erano già passati i tempi in cui Paolo III, il papa Farnese, minacciava di scomunicare quell’artigiano di Trevi che avesse dato alle figlie più di cento scudi, somma tanto misera, che i giovani trevani andavano a cercar moglie fuori del paese (1).

Ora non c’erano più scomuniche, né limitazioni: ogni padre poteva assegnare quanti scudi gli piacesse meglio, e perciò lo sposare una fanciulla cittadina era come vincere un terno al lotto. Le povere zitelle di Matigge lo sapevano abbastanza, e temendo che una concorrenza efficace le condannasse a muffire in un cantuccio della casa, al pari di Cenerentola, si arrovellavano e scalmanavano in tutti i modi, affinché la Compagnia delle Stigmate non diminuisse la somma stabilita di cento scudi, che erano per esse come la pioggia d’oro di Danae, o come il tesoro splendente del mago Merlino. E protestavano accanitamente, non volendo che fosse tolto loro quel benefico privilegio, per mantenere tutti gli spensierati giovinetti del Seminario, i quali non sapevano certo dove stesse di casa il settimo Sacramento.

Trevi aveva una volta una pubblica Scuola «per l’erudimento della gioventù nelle Lettere e il Maestro veniva stipendiato dal Comune con cento scudi annui. Le adunanze degli studenti non ebbero per parecchi secoli una residenza fissa, ed ogni anno bisognava scegliere una casa particolare. Nel seicento la detta scuola fu istituita nel palazzo del Governatore, in una stanza posta sopra il luogo del Macello (demolito nel 1448) ed era adorna di una pittura di Madonna e Santi, «a beneficio degli scolari».

Il Collegio Lucarini fu eretto e aperto nel 1674 sotto gli auspici del vescovo e cardinale Cesare Facchinetti [nel testo: Facchenetti], e vi vennero ammessi gratis tanti giovanetti trevani, quanti ne potevano permettere le rendite lasciate dal testatore Virgilio Lucarini. Curioso provvedimento, pieno di saggezza profonda: quei seminaristi che non volevano giungere al sacerdozio, dovevano «restituire gli alimenti»come asserisce Durastante Natalucci. Bisognerebbe far così, assolutamente, in simili casi, onde garantirsi contro la speculazione o la leggerezza di molti giovani, che dopo essersi fatti nutrire e istruire nei seminari ecclesiastici, con gravi sacrifici dei Superiori, rientrano nel mondo, non danno un centesimo

(1) Tommaso Valenti, Curiosità storiche trevane, al capitolo: «La dote e il corredo delle spose», pag. 61 e seg. (Foligno, Campitelli, 1922).

<10 (150)> d’indennità; e anzi divengono ingrati e indifferenti ai loro generosi benefattori e maestri (1).

La Compagnia delle Stimmate, avendo a cuore la prosperità del Seminario Lucarini, e non permettendo che venisse incorporato a quello di Spoleto, ne affidò la direzione ai Padri delle Scuole Pie, cui assegnò i cento scudi del pubblico maestro(2). In seguito il Seminario si trasformò in un Civico Collegio, che ora fiorisce meravigliosamente con la sagace abilità dei Salesiani, qui chiamati dal papa Leone XIII per farlo risorgere.

Insomma i Terziari di S. Reparata avevano compreso lo spirito genuino e limpido del francescanesimo: spirito cioè di organizzazione sociale cristiana, spirito di carità e di pace nella vita pubblica e nella privata, spirito di attività nel campo delle benemerenze religiose e civili. Ornai è finito il tempo in cui vedevamo il francescanesimo medioevale attraverso le vaporosità azzurre delle leggende e dei sogni, per potere fare così del misticismo sentimentale all’acqua di rose, per vedere in che modo il plenilunio assisano abbia illuminato il bianco volto della vergine Chiara, o per sdilinquirsi in sdolcinature poetiche leggendo che il Poverello d’Assisi rivolse un mistico sermone alle sorelle rondini di Pian dell’Arca.

Frati ed artisti nella chiesa di Santo Martino. — Nel 1450 c’erano in Montefalco due egregi pittori: l’uno, folignate, si chiamava Pietro Antonio Mezzastris, ed era un coloritore giocondo e brillante; l’altro, fiorentino di nascita, si chiamava Benozzo Gozzoli, ed era un apparatore signorile e squisito, che possedeva tutte le conoscenze ed esperienze tecniche dell’arte pittorica, oltre a un tesoro d’immagini fresche e liete.

Lavorando insieme nella chiesa di S. Francesco dei Conventuali, divennero tosto fratelli nell’arte e nel pensiero. Benozzo era andato lassù, nella solitudine, per confortare il suo cuore con l’ineffabile sorriso della pace: egli era un po’stanco e malinconico, avendo sofferto abbastanza per delusioni d’amore. Si affezionò a quell’amico ed allievo umbro, ricco d’ingegno e d’entusiasmo, e talvolta andavano fuori le

(1)Vedi quanto diciamo in proposito nella nostra Appendice, citando molte lettere inedite, ricevute dalla Compagnia delle Stimmate nel periodo 16561796.

(2) Natalucci, op. cit., f. 278 e 279. <11 (151)>porte merlate della città per contemplare dall’alto l’immensa valle, velata e azzurra come un mare, intersecata di fiumi d’argento, tra cui il Clitunno scorreva piano con silenziosa dolcezza, col moto d’un cuore infantile, riflettendo in sé il profilo delle nuvole lontane, il volo leggiero delle rondini, e un orizzonte di colline felici (l).

Il Mezzastris s’innamorò profondamente dell’arte benozziana, piena di colorazioni tenere, di luminosità diafane, di tinte morbide e chiare. Gli piacevano molto le Madonne e gli angeli di lui, e si studiava di imitarli, anzi di copiarli fedelmente. Talvolta Benozzo gli affidava i suoi cartoni fiorentini, perché facesse qualche affresco con i suoi graziosi disegni. Un giorno Benozzo dipinse sulle pareti della francescana chiesa di S. Fortunato una soavissima Vergiine che adora il Bambino, con le mani congiunte in un gesto di tacita preghiera, poscia pose la sua firma in un pilastrino del trono di Maria: Benotius de Florentia MCCCCL.

Il Mezzastris ebbe in dono il cartone o bozzetto relativo a quella vaga pittura, o volle copiarlo per sua utilità e ricordanza ? Non si sa nulla di sicuro. Passarono trentotto anni, durante i quali Benozzo non ritornò nella dolce Umbria (2), che aveva consolato e rasserenato il suo povero cuore. I due amici si perdettero di vista, e certo non s’incontrarono più su questa terra. Noi siamo come le foglie in autunno: un soffio ci riunisce in un punto solo, e un altro ci disperde per opposte vie. Separarsi di qualcuno e andar lontano, è come un morire un poco. Addio significa arrivederci in Dio, cioè nell’altra vita: eppure noi pronunziamo con indifferenza, per semplice commiato, quella parola così tragica e cristiana. Nel secolo XV non c’erano altri mezzi di trasporto che cavalli e somari, e per intraprendere un viaggio da Firenze a Foligno (e ora col treno lo facciamo in poche ore) occorrevano parecchie giornate e bisognava camminare a disagio su stradacce cattive. Dunque, tutto c’induce a credere clic i due artisti non si siano più più riveduti, pur ricordandosi da lungi con amore.

(1) Marino Mazzara, Il sentimento francescano di Benozzo Gozzoli (Visioni artistiche di Montefalco) in Studi Francescani» di Firenze, fasc. ottobre-dicembre 1921, N. 4.

Da Montefalco andò in Assisi, nel 1152, e vi dipinse «San Francesco ottiene l’Indulgenza» sulla facciata dell’Oratorio delle Stimmate. Altre pitture fece a Santa Maria degli Angeli. — Marino Mazzara, Alcuni affreschi di B. Gozzoli e Antonio Mezzastris, in «Arte e Storia».Firenze, marzo 1918. <12 (1152)>

Il Mezzastris continuò a far conoscere la mirabile arte di Benozzo, a perpetuarne lo splendore con lineamenti di bellezza e colorazioni di primavera (1)

Nel 1488 i Magnifici Priori e i Frati Osservanti di Trevi lo fecero venire affinché decorasse un muro della chiesa di S. Martino, prospiciente la cappella di San Sebastiano:.faciem juxta capellae S. Sebastiani» come dice una Riformanza comunate del detto anno, (Archivio delle tre Chiavi) pubblicata per la prima volta dal dotto Padre Bazzocchini (2). Gli davano in compenso 23 fiorini ed una coppa di frumento. Non c’era male.

Il Mezzastris dipinse prima un S. Martino a cavallo, dalla chioma bionda, che con lo spadone (l’acciaio taglia il suo mantello di guerriero, per darne la metà a un povero ignudo. Ma quando si accinse ad effigiare una Madonna, trovò un Modo facile e spicciativo per sbrigarsela: copiò fedelissimamente la Madonna pensosa e gentile, dipinta e firmata da Benozzo nella chiesa di S. Fortunato. Egli era sicuro che i Priori e i Frati di Trevi non si sarebbero accorti del plagio o trucco innocente; non erano mica critici e storici d’arte! Altro non gli avevano chiesto nel contratto d’allogazione, che e pingere et multum ornare». Ed egli li aveva contentati benissimo. Non volevano da lui che una Madonna assai devota e casta, senza curarsi se fosse benozziana o leonardesca. Ed egli li aveva appagati.

Così guadagnò, senza troppe difficoltà, i ventitré fiorini per comprarsi qualche robone di vaio rosso, e qualche camauro o cappuccio alla fiorentina; e per riempire di pane fragrante, con la coppa di frumento, un suo cofano di legno scolpito. La chiesa di San Martino fu costruita il 1479 (3) nel medesimo luogo dove giacevano gli sparsi ruderi di un

(1) Marino Mazzara. Le belle madonne della scuola [nel testo: scuole] folignate (L’arte di P. Antonio Mezzastris) in «Arte e Storia» di Firenze, fascicolo di gennaio 1917, serie VI.

(2) Bazzocchini, Cronaca della Provincia Serafica di S. Chiara, pag. 136 e seguenti. — Riformanze del Comune di Trevi, Archivio delle Tre Chiavi, a. 1488, n. 155, a c. 101.

(3) Natalucci, op. cit. Chiesa di S. Martino. Antonio da Orvieto, Cronologia della Provincia Riformata dellUmbria, f. 313. — Bazzocchini, op. cit., pag. 136 e seg. Wadding, Annales Minorum, a. 1479. — Mugnoni, Annales, Biblioteca Vaticana, Codici Capponiani, N. 178, n. 8. Vedi le pagine 112 e 123 nella pubblicazione che di quegli Annali del Mugnoni di Trevi fece D. Pietro Pirri nel 1921,

<13 (153)> tempio latino, consacrato alla gloria di Diana, la divina cacciatrice, dal grande arco d’argento che splendeva nel plenilunio. Il simulacro della bella dea fu sostituito, nel secolo XV, da tre sante immagini di Maria: una di Giovanni Spagna, che esiste ancora nell’oratorio di S. Girolamo, costruito il 1512, accanto alla porta del convento; un’altra di Tiberio d’Assisi, che sorride placidamente nella lunetta sopra la porta della chiesa, eretta con disegni di Baldassarre, architetto romano; una terza del detto Antonio Mezzastris, collocata davanti la balaustra dell’altare maggiore, dentro una cornice di legno bruno, finemente scolpita.

Il non avere mai conosciuto quelle immagini di Maria, é come il non aver mai veduto una tra le più fulgide stelle del cielo.

Trevi, 1924.

SALVATORE MARINO MAZZARA

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APPENDICE

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NOTIZIE E DOCUMENTI INEDITI

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I Padri Terziari di S. Francesco. — «Dal 1620 venne anche alla restaurazione della nuova chiesa del Terz’Ordine di S. Francesco fuori della porta di S. Fabiano, nominata di S. Antonio di Padova e dei SS. Cosma e Damiano, la quale fu fabbricata ad honore dei medesimi Santi dai Sig. Cosmo e Damiano Pariani, e alli medesimi Religiosi donata il 1617. Siccome per lor devozione li conservavano, li (urlano ancora donati il 1674 i loro beni. E somigliantemente ancora il 1675 gli donarono le case e l’orto, e tosto quivi vennero con la licenzia dal papa ricevuti i Padri della Stella (1) Mattutina, dimoranti nel territorio del colle di Mandusia [nell’originale si legge: Colle del Marchese] à fine di stabilire l’Infermeria e il Convento per il passaggio dei Forestieri, il quale essendo povero e capace di poco numero di Religiosi fu soppresso da Innocenzo X (Rif. com. di Trevi, a. 1651, f. 49) e riunito coi suoi beni alla Congregazione di S. Filippo Neri il 1657 col mezzo di Mons. Castrucci» (2).

Questi Padri del Terz’Ordine, che furono per qualche tempo benemeriti alla cittadinanza trevana, vengono nominati in uno statuto od ordinanza (1643) di Lorenzo Castrucci, Vescovo di Spoleto, regolante la processione annuale nella festa di S. Emiliano (3).

I Terziari di S. Francesco dei Conventuali. — Nella chiesa monumentale di S. Francesco d’Assisi, già da me illustrata nel precedente fascicolo di que­sto periodico, d’era la Compagnia del Cordone di S. Francesco; «oltre quella dei terziari e delle monache professe di detto Santo, che fino dal 1258 esi­steva» (4).

Il pomposo o barocco altare delle Salite Stimmate, che vedesi in detta chiesa trevana, venne fondato nel 1606 dal perugino Grifone Petroni, che lo dotò anche di 109 fiorini «per l’oglio per la lampada». Necessariamente quell’altare serviva per la confrateria dei Terziari, diretta dai PP. Conventuali.

(1) Non Stella, ma. Selva.

(2) Durastante Natalucci, Historia universale di Trevi, fogli 259-260

(3) Volume di Scritture diverse (Archivio Parrocchiale).

(4) Durastante Natalucci, op.cit.. (La Chiesa di S. Francesco).

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Racchiude una pittura mediocre in tela, che raffigura il miracolo divino della Verna. Ne: basamento di un pilastro di stucco dipinto. 1’ignoto artista ritrasse la leggenda medioevale dell’asino vagabondo che gioiosamente ragghiava nella piazza bella del Comune, disturbando la predica del Poverello d’Assisi. Vi ritrasse. anche la piazza di Trevì con la fontana. ottagona, e il barbuto Grifone Petroni avvolto in un mantello rosso.

I nobili Terziari delle Stimmate. . Abbiamo già narrato, nel testo, come e dove nacque la venerabile e trevana compagnia delle Sante Stimmate, costi­tuita da gentiluomini colti e devoti. Vi appartennero i più egregi cittadini, tra cui l’Arcivescovo Francesco Antonio Valenti, Giacomo Filippo e Ludovico Valenti, Gaetano Cristallini ed altri.

L’Oratorio di S. Filippo. — «E i Frati di S. Filippo Neri nella chiesa di simil nome alla piazza della Rocca, e non molto grande, che ha la volta e un solo altare e varie reliquie di Santi. La quale construttta con le sue stanze dal Sig. Don Giovanni Antonio Costa (filippino) nella propria Casa circa il 1610 anche con le elemosina della Comunità» (1), insieme con Don Cesare Vitelleschi di Foligno. I Padri Filippini vi stettero molto tempo, e nel 1745, anno in cui Durastante Natalucci scriveva le sue cronache trevane, vi abitavano ancora. Fu certamente dopo quell’anno che l’Oratorio di S. Filippo, passato alla chiesa di S. Maria in Sion (o meglio: di Santacroce) fu concesso alla venerabile compagnia delle Stitmate, che vi fece molti ornamenti e restauri, ponendo lo stemma francescano nelle logge settecentesche di stucco e oro, nel paliotto dell’unico altare, e dando allogazione d’un quadro ad olio, raffigurante il prodigio serafico della Verna (vi è ancora).

Reliquiario di S. Francesco. — Nel Settembre del 1773 il Sig. Domenico Cordella donava «alla nostra chiesa (2) un Reliquiario d’argento dell’altezza d’un palmo, con la Reliquia d’un pezzo d’Abito del nostro Serafico Padre»(3). La patente o autentica venne compilata da Francesco De Vico, Decano della Basilica lateranense, e da essa apprendiamo che, il Reliquiario d’argento era a forma di croce con cristallo, e la francescana reliquia del Santo, messa su un fondo di seta rossa, era suggellata con cera rossa ispanica. Peccato che di quella preziosa reliquia non si sappia più nulla.

La compagnia dei nobili terziari trevani nel 1723 venne aggregata all’arciconfraternita romana delle Stimmate, la quale gradì molto quella dolce unione, piacendoli che si dilati la devozione verso le Stimmate di S. Francesco a come scriveva in quell’anno il segretario Carlo Corsi (4).

(1) Natalucci, op, cit., pag. 259:

(2) S. Filippo certamente.

(3) Tutte lo notizie, assolutamente inedite, che pubblichiamo in questa APPENDICE circa la trevana Compagnia dalle Stimmate, le togliamo da un volume in folio esistente nell’Archivio Parrocchiale É un manoscritto di quasi trecento pagine, così intitolato «Registro di tutte le lettere concer­nenti gl’interessi della Ven.. Compagnia delle Stimmate e del Ven. Collegio Lucarini de Trevi, che si sono ricevute dalli 30 :Marzo 1656 à tutto l’anno 1796». Pel Reliquiario, vedi le pag. 63-64.

(4)Registro, etc., pag. 16.

<16 (156)>

Legati di Maritaggio.

La pubblica estrazione dei sei legati dotali la faceva il Guardiano della Compagnia delle Stimmate, e dopo le fanciulle elette sfilavano in processione per le strade trevane(1).

Il sussidio dotale era istituito da Virgilio Lucarini per donne nubili, nate o oriunde nella borgata e terziero di Matigge, luogo, che dipendeva direttamente dall’eminentissimo Cardinale ,Prefetto del Concilio, che nel 1777 era Mons. Pallavicino. Anche nella chiesetta urbana di S. Filippo Neri i Padri dell’Oratorio davano un legato di maritaggio ad una delle migliori ragazze delle Coste.

La somma annuale di seicento scudi che si erogava per questi legati di maritaggio Lucarini, veniva depositata nel trevano Monte di Pietà, ugualmente amministrato dalla veneranda Compagnia delle Stimmate(2).

Il “Monte Frumentario”

Lettera del Cardinale dei Rossi, in data 1772, ai deputati delle Stimmate : «Si contenteranno spianare le solite due Rabbia di grano, e panizzato distribuirle, secondo il solito, ai Poveri, a tenore della testamentaria disposizione(3).

I1 Collegio Lucarini.

L’edifizio.— Il Collegio Lucarini, l’unica scuola pubblica di Trevi, ha conosciuto varie fortune o vicende, di cui la storia sarebbe assai lunga e interessante. Ora è un fiorentissimo Collegio Convitto, diretto dai benemeriti Salesiani, e sussidiato in qualche modo dal Comune. Ha sede nell’ex cenobio dei Conventuali di S. Francesco, in una splendida posizione; racchiude ottanta allievi, in gran parte umbri, e ammette i giovani trevani nelle sue scuole elementari e tecniche.

Nel periodo delle origini era invece un vero Seminario per studenti avviati al sacerdozio (non erano più di trenta), ed essi venivano mantenuti gratis coi beni dell’illustre Virgilio Lucarini, a cui i trevani dovrebbero erigere un monumento perenne, una lapide marmorea in segno di perpetua gratitudine . Aveva sede in quel lungo fabbricato, che sorge davanti al duomo.

(1) Registro,

pag.

10 retro, pag 199 retro.

(3) 11 Monte di Pietà fu fondato in Trevi nel 1469 dietro suggerimenti del francescano P. Agostino di Perugia, che allora predicava in questa città (Annali di Ser Francesco Mungnoni di

Trevi ,dall’anno 1416 al 1503

, trascrizione o note di P. Pietro Pirri, pag. 127, nota seconda).

(3) Registro, pag. 160 e 242 retro.

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Note

1) Salvatore Marino Mazzara, di origini siciliane, approdò a Trevi come insegnante di “Disegno”, materia equipollente all’attuale “Educazione artistica”,alla scuola media del Collegio Lucarini. Non siamo riusciti ad identificarlo nelle numerosissime foto di classe degli ex Allievi Salesiani di Trevi. Sicuramente fu una personalità affascinante poiché ancora negli anni ’80 alcune anziane signore lo ricordavano con simpatia.

I giochi del destino hanno ricondotto a Trevi una sua nipote che quivi si è accasata. Nel periodo del Natale 2010 incontrammo, proprio nella chiesa di S. Francesco che ospitava una mostra di presepi, il figlio del Nostro, il sig. Luigi Marino, valente pittore dilettante, con il quale condividemmo il piacere di rievocare l’autore dello scritto di questa pagina,